OPERAZIONE MACELLERIA NEL DESERTO

5 03 2008


DI FELICITY ARBUTHNOT
Global Research

Meditazione per una Giornata dell’Olocausto

Sono diciassette anni che l’America e la Gran Bretagna si sono imbarcate nella loro “Soluzione finale” del popolo iracheno.

Le quarantadue giornate di bombardamenti a tappeto, festeggiamento a cui si erano uniti altri trentadue paesi, contro una nazione che contava appena venticinque milioni di anime, dotata di un esercito di giovani coscritti, più o meno la metà della popolazione con meno di sedici anni di età, senza aviazione, non era che l’inizio di un assedio totale, sotto l’egida dell’ONU, di una ferocia medievale.

Avendo ridotto, come James Baker si era vantato di fare, l’Iraq all’ “età preindustriale”, questo paese si vide negare ogni normalità: né commercio, né aiuti, né telecomunicazioni, né energia, né trattamento delle acque, né riparazioni delle condotte di acqua potabile, né sementi, né cibo, né medicinali, né equipaggiamento medico…

Diciassette anni prima della data in cui scrivo, l’Iraq entrava nella seconda settimana di barbaro bombardamento a tappeto, quasi ventiquattro ore su ventiquattro, che, allora come oggi (lo ricordo, per paura che lo dimentichiamo di nuovo), ignorava scrupolosamente il protocollo aggiuntivo numero 1 della Convenzione di Ginevra del 1977:

“E’ vietato attaccare, distruggere, rimuovere o mettere fuori uso oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile quali gli alimenti, i raccolti, il bestiame, le installazioni per il trattamento dell’acqua potabile o per irrigazione, allo scopo di privarne la popolazione civile o la Parte avversa nel conflitto … qualunque sia il motivo.”

Il blitzkrieg contro l’Iraq mirava deliberatamente a tutto ciò che era “indispensabile alla sopravvivenza”.

Nell’arco di ventiquattro ore, il più era stato distrutto. L’elettricità fu tagliata in capo a due ore di bombardamento, portando alla morte i pazienti attaccati alle apparecchiature vitali, i neonati nelle incubatrici, le persone che necessitavano di una assistenza respiratoria sotto ossigeno.

I frigoriferi cominciarono a scongelarsi, tutti i medicinali bisognosi di essere refrigerati, così come le sacche per le trasfusioni di sangue o le soluzioni saline destinate ai feriti andarono distrutti. Gli alimenti cominciarono a deteriorarsi e, tra bombardamenti e chiusura delle banche (poco più tardi per paura di saccheggi), i pezzi di ricambio cominciarono a farsi rari fino a diventare del tutto introvabili.

A Najaf, settanta pazienti in dialisi, “amici di lunga data” come dichiarò l’infermiera responsabile del servizio, morirono a causa della mancanza di corrente elettrica. La rete delle condotte di acqua potabile fu deliberatamente distrutta e i pezzi di ricambio successivamente rifiutati da parte del miserabile comitato per le sanzioni dominato dagli Anglo-Americani – un comitato in cui nessuno dei responsabili aveva spina dorsale – e l’acqua del rubinetto è a tutt’oggi mortale.

Sembra che questo fosse fin dall’inizio il piano del comando centrale USA. La distruzione della rete idrica dell’Iraq è stata descritta dai professori Nagy e Stephanei Miller come segue: “Un olocausto al rallentatore”. Sono rari i testimoni che potrebbero caratterizzare meglio la situazione. (si veda: Come gli Stati Uniti hanno deliberatamente distrutto la rete idrica dell’Iraq [How the US deliberately destroyed Iraq’s water], di Thomas J. Nagy).

La torre delle telecomunicazioni di Bagdad fu anch’essa una delle prime vittime. Era una struttura elegante, slanciata, al bordo del quartiere Mansur. Ora giace, rotta e contorta, come giacciono i corpi di coloro che ci lavoravano. L’Iraq fu così tagliato fuori dal mondo, l’estensione e l’atrocità dei bombardamenti rimanendo in gran parte ignorate, per un tempo considerevole. Gli Iracheni che vivevano per il mondo non avevano più un mezzo che permettesse di sapere loro se le famiglie, gli amici, le persone care, i fidanzati e le fidanzate, i parenti erano ancora vivi o già morti. Le stazioni radio e televisive, in tutto l’Iraq, erano state bombardate affinché nessun avviso potesse essere dato ai civili (i giornalisti, anche loro, normalmente sono coperti da specifiche misure di protezione, ma i decisionisti apparentemente, non solo sono degli illetterati, ma ignorano le leggi).

Gli ospedali, le farmacie, le scuole e i parchi giochi furono bombardati, l’educazione fu sradicata così totalmente che i depositi di materiale didattico che si trovavano in immobili separati dalle scuole (abitualmente in punti di distribuzione centralizzati a qualche chilometro dalle città) furono anch’essi bombardati.

L’agricoltura, in tutte le sue forme, fu deliberatamente presa come bersaglio.

Gli allevamenti di polli furono bombardati, le greggi di pecore e di capre furono mitragliate, circa la metà dei bufali furono uccisi e i prodotti delle campagne sparirono dalla circolazione.

I silos, gli hangar agricoli, le fabbriche agro-alimentari furono ridotte in rovine. Un crimine di guerra di un’immensità stupefacente per il quale nessun responsabile, nessun pilota assassino, genocida e infanticida è mai stato trascinato davanti a un qualunque tribunale.

Le industrie farmaceutiche scomparvero, le industrie che producevano siringhe furono annientate.

E, secondo una politica particolarmente psicotica, i paesi che erano stati partners commerciali dell’Iraq e che avevano installato fabbriche e infrastrutture nel paese, bombardarono ciascuno di preferenza quelle che essi stessi avevano costruito! Gli Americani si buttarono a capofitto per bombardare le fabbriche della Pepsi e della Coca-Cola.

Il “valore” militare non aveva mai raggiunto, fino ad allora, un tale abisso di devianza, di offuscamento e di arretratezza mentale.

Avendo usato in abbondanza il napalm e i defolianti, la metà degli alberi dell’Iraq, comprese le immense palme secolari, morirono. Le palme superstiti non diedero alcun frutto per quasi cinque anni.

Nelle fattorie pacifiche, famigliari, in mezzo alle palme, le donne e le bestie abortivano e, spesso, morivano di parto.

I sopravvissuti descrivono tutti un “vapore” che usciva degli aerei, poi le conseguenze – orribili – che colpivano le persone che vivevano all’ombra dei palmeti o dei boschetti, dove nei momenti di riposo ci si recava per godere la freschezza, tutta relativa, ma apprezzabile nelle infernali estati irachene.

E poi, beninteso, la decimazione che veniva dall’alto: sono state lanciate quotidianamente più bombe di quelle sganciate in una giornata media durante la Seconda Guerra Mondiale, in totale l’Iraq è stato devastato da una potenza esplosiva cinque volte superiore a quella d’Hiroshima.

Le armi utilizzate contenevano uranio impoverito, che continua a contaminare l’Iraq e, al di là dell’Iraq, la regione, le persone, la fauna e la flora – e continuerà a farlo per quattro miliardi di anni e mezzo “… la protezione dell’ambiente naturale da danni estesi, prolungati e gravi” è un’altra prescrizione assoluta della Convenzione di Ginevra. Essa vieta assolutamente “…ogni danno all’ambiente naturale, di pregiudizio alla salute della popolazione e alla sua sopravvivenza”.

Le violazioni non possono essere peggiori del fatto di condannare inestimabili generazioni che ancora devono nascere alla morte e alla deformità. I principi di Norimberga sono superati dal modo con cui sono trattati tanto i civili che i soldati: “… assassinio o maltrattamenti … di prigionieri di guerra … e ancora lo sterminio … e altre azioni disumane verso la popolazione civile.”

Le “azioni disumane” commesse contro il popolo iracheno nel 1991 costituiscono crimini di guerra che si può solo sperare, dato che nessuno è stato trascinato davanti alla giustizia, che perseguiteranno i loro responsabili fino alla morte.

Il massacro dell’autostrada di Bassora, perpetrato dopo il cessate il fuoco, contro civili in fuga e truppe in rotta che si ritiravano, fatti a pezzi o inceneriti dal “tiro al piccione” del generale Schwarkopf.

Ma tutta la guerra, beninteso, non è stata affatto differente. Saddam Hussein aveva proposto e, di fatto, aveva iniziato il ritiro dal Kuwait prima che iniziasse la carneficina ma, come sempre, per gli Stati Uniti era “troppo tardi” per una conciliazione. Gli autobus, i camion, le automobili in particolare furono presi di mira durante tutti i quarantadue giorni di massacro non-stop. Camion che trasportavano medicinali, carne, prodotti di prima necessità, furono bruciati con i loro conducenti. I soldati occidentali scattarono le loro fotografie dei “trofei di caccia”, orribili, con i resti miserevoli delle vittime calcinate e smembrate.


Quando il britannico Observer pubblicò, e questo va a suo merito, la foto che divenne il simbolo delle atrocità dell’anno di disgrazia 1991 – quel soldato iracheno con il volto come fuso sul parabrezza del suo veicolo, ci fu un grido di orrore.

La sensibilità dei lettori non si poteva confrontare con tali atrocità. Maggie O’Krane, in un articolo sul Guardian Weekly (16 dicembre 1995) descrive la realtà. Insopportabile. Dei genitori supplicanti che coloro che avevano amato fossero non si sa come, la speranza è l’ultima a morire, sopravvissuti a quell’inferno, all’Ade, che fu il massacro dell’autostrada di Bassora.

«Il giorno che la guerra finì, a una stazione di autobus a sud di Bagdad, la notte cadeva e la strada era piena di donne in lacrime. Gli iracheni sopravvissuti al “tiro al piccione” dell’autostrada di Bassora si trascinavano, per tornare a casa, con ferite aperte e purulente. Le loro spose si gettavano letteralmente sui minibus e i camions ammaccati, tirando maniche, supplicando, implorando: “Dov’è? L’avete visto? Non è con voi?” Alcune di loro cadevano in ginocchio, sull’asfalto della carreggiata, ascoltando l’insopportabile notizia. Altre non smettevano di correre, da un bus a un camion, da un camion a un bus, nella speranza d’intravedere i loro figli o compagni – i 37.000 soldati iracheni che non tornarono più a casa. Questo andò avanti tutta la notte e fu la scena più disperante e più penosa a cui avessi fino a allora assistito.» C’è stato di peggio. Pensate agli eccessi di orrore con cui i media occidentali hanno letteralmente annoiato i lettori, nel corso degli anni, orrori perpetrati da genti di altre culture, con tratti diversi dai nostri: Stalin, Pol Pot e, naturalmente, Saddam Hussein e prendete nota di questo passaggio nell’articolo di Maggie O’Kane:

Ritornando a casa sua, nella città natale di Bryson, in Carolina del Nord, dopo la guerra del Golfo, la prima cosa che il sergente Joe Queen vide fu un grande striscione, davanti al ristorante Hardees Burger, dove si leggeva: “Bentornato a casa, Joe Queen!” Joe Queen, che aveva ricevuto una medaglia di bronzo, voleva rilassarsi dopo la guerra ma la cittadina di Bryson non la pensava così. Joe, diciannove anni, era stato, immediatamente dopo la Tempesta nel Deserto, il primo fantaccino americano a varcare la frontiera saudita a bordo di un bulldozer blindato. Il suo lavoro consisteva nel seppellire vivi gli Iracheni nelle loro trincee, poi a riempire per bene le suddette trincee, affinché il resto della Grande Rossa (the Big Red One), come è soprannominata la Prima Brigata Blindata Meccanizzata, potesse proseguire, tranquilla e comoda, dietro di lui. Joe Queen non sa quanti soldati iracheni ha così sepolti vivi al fronte.Ma, cinque anni dopo, nella sua base militare in Georgia, si ricorda molto bene di come la cosa funzionava:

La sabbia era così fine che una volta calata dalla lama del bulldozer ricadeva immediatamente verso i lati, così bene che non dovevamo mai fare avanti e indietro. Allora, così; avanzi, a venticinque, trenta, trentacinque chilometri all’ora, proprio lungo il bordo della trincea .. Non li vedi. Hai sabbia fin sopra agli occhi, ma sai cosa devi fare. Lo fai talmente spesso che potresti farlo a occhi chiusi … Non penso che avessero la minima idea di quello che stava per succedere perché la faccia che facevano quando si passava oltre il bordo della trincea non era che un’aria stupefatta. Quando mi ritiravo, ho visto dei soldatini che cercavano di arrendersi ma sono stati uccsisi anche loro: sono stati interrati! C’erano due tipi di bulldozer, quelli veri, classici e poi c’erano dei carrarmati con un affare tipo pala di bulldozer montato davanti. C’erano uomini che marciavano verso di noi tenendo le armi in alto per arrendersi; e i carrarmati li rovesciavano come birilli per farli fuori … Hanno scavato una grande buca nella sabbia, ci hanno ficcato dentro gli arabi e hanno ripianato …” Un soldato iracheno sopravvissuto ha descritto il modo in cui i suoi camerati sono stati sepolti vivi, i suoi amici, che avevano scherzato e mangiato con lui … “Sono incapace di descriverlo. Eravamo amici. Avevo diviso i pasti con qualcuno di loro. Chiacchieravo con qualcuno di loro. Non posso dire quello che provo in questo momento… Ho visto un ragazzo che era stato tagliato in due da un bulldozer. Una metà del suo corpo era da una parte e il resto dall’altra, a diversi metri di distanza.”


[Il massacro della Prima Guerra del Golfo sulla “autostrada della morte” che porta da Mutlaa, Kuwait, a Bassora. Su di essa si stavano ritirando le truppe irachene.]


Spero che i tuoi incubi e quelli dei tuoi colleghi vi perseguitino per sempre, Joe Queen. Possa lo spettro di quelli che avete sepolti vivi seguirvi dovunque andiate, nei secoli dei secoli.

Le fosse comuni portano d’altronde il nome dei comandanti che hanno ordinato la decimazione dell’Iraq nel 1991, con i loro comandanti e i loro soldati – ognuna di esse è identificata così. Ironia della Storia, le “fosse comuni” di Saddam Hussein non si sono finora materializzate, si sono trovati solamente cimiteri militari e le tombe degli insorti incoraggiati dagli Stati Uniti e la Gran Bretagna alla fine dello sterminio del 1991. La guerra, beninteso, non è mai terminata. I tredici anni di embargo che sono seguiti hanno verosimilmente causato la morte di 1.250.000 persone.

Inoltre, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno bombardato l’Iraq (illegalmente) fino all’invasione (illegale) del 2003. Nel 2002, misero in atto la distruzione di ogni forma di vita, di ogni essere e di interi quartieri di abitazioni, con le famiglie all’interno, i bambini che giocavano, che facevano i compiti, le greggi di pecore e capre con i loro pastori e spesso, anche là, con bambini.

Circa un anno prima che gli Stati Uniti dessero inizio all’operazione Southern Focus, [ci fu ] un cambio di strategia nelle rappresaglie, aumentando il numero globale delle missioni e selezionando gli obiettivi all’interno delle zone vietate al sorvolo aereo, allo scopo di distruggere la struttura del comando militare iracheno. Il peso delle bombe sganciate aumentò, passando da zero nel marzo 2002 e 0,3 in aprile 2002, fino a situarsi tra 8 e 14 tonnellate al mese, in maggio-giugno e raggiungendo un picco di 54,6 tonnellate, in preparazione alla guerra dell’anno successivo, nel settembre 2002” (fonte: Wikipedia).

Un recente studio del Center of Public Integrity ha dal canto suo scoperto delle menzogne dell’amministrazione Bush, che hanno condotto all’invasione, meritevoli di impeachement.

“Questo studio ha censito 935 false dichiarazioni in due anni, trovandole nei discorsi, nei briefing, nelle interviste e in altre circostanze. Bush e i responsabili della sua amministrazione hanno così affermato, in maniera non equivoca, almeno 532 volte, che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa, o che cercava di costruirle o di procurarsele, o ancora, che era legata ad Al Qaeda, o entrambe le cose. Lo studio ha constatato che Bush è in testa con 259 menzogne, di cui 231 sulle armi di distruzione di massa in Iraq e 28 riguardo i pretesi legami tra l’Iraq e Al Qaeda. E’ quasi raggiunto sul traguardo solo da Colin Powell, con le sue 244 affermazioni false sulle armi di distruzione di massa e le 10 a proposito dei legami immaginari tra l’Iraq e Al Qaeda!” (http://www.publicintegrity.org [Vedi: LA CASA BIANCA HA RILASCIATO 935 DICHIARAZIONI FALSE IN DUE ANNI]).

La stima dei bambini piccoli (meno di cinque anni) morti in Iraq nel periodo successivo all’invasione (2003-2007) supera il milione. In Afghanistan, dopo l’invasione, a 1.900.000 (2001-2007).

Ricordiamo un altro abominio della nostra epoca: l’assedio, da parte di Israele, della striscia di Gaza (dal giugno 2007 e tuttora in corso): le cifre totali dei morti non sono chiare.

Le stime della CIA in tema di mortalità infantile, tuttavia, sono spaventose: nel 2004, il tasso di bambini piccoli morti si stabilisce in 23,54 per mille. In Svezia (2007), è esattamente di 2,76 per mille. Considerata la soppressione della fornitura di energia elettrica e della quasi totalità dei prodotti di prima necessità dal giugno 2007, fanno crudelmente difetto dati statistici seri ed è una esigenza pressante e assoluta che siano rispettati i diritti umani dei nostri vicini globalizzati a Gaza, in Iraq e in Afghanistan, così come dei dimenticati reduci dell’operazione “Summer rain” in Libano decimati da “we the people…”.

Sia le azioni genocide di Joe Queen che le atrocità perpetrate in questi paesi sono state commesse in nostro nome. “Tacere, è rendersi complici”. (Per maggiori informazioni su una complicità ancora più vergognosa – iniziata nel 1950 – si veda lo studio accademico, cruciale “Body Count” del dr. Gideon Polya , http://www.globalbodycount.blogspot.com).

Non c’era più nessuno da ammazzare”, ha dichiarato il generale Norman Schwarkopf dopo il bagno di sangue dell’autostrada Kuwait-Bassora, dove anche i feriti che agitavano la bandiera bianca e i medici che li accompagnavano sono stati trucidati.


[Il generale Norman Schwarkopf]


« Moralmente, abbiamo vinto » mi ha detto un medico iracheno, poco dopo. “Noi siamo i nuovi ebrei” è una affermazione che ormai si sente fare spesso dagli Arabi. Al momento in cui scrivo, nella giornata di commemorazione dell’Olocausto, è impossibile non riflettere che non c’è bisogno di campi di lavoro forzato, né di deportazioni, né di Zyklon B, per fare un olocausto. Quando la contabilità dei morti, in Iraq, in Afghanistan e a Gaza, raggiungerà i sei milioni, mentre il mondo resta a guardare, avranno anche loro la giornata della memoria dell’Olocausto?

Impareremo mai, tutti noi, qualunque sia il colore della nostra pelle o la nostra religione, la lezione prima che sia troppo tardi?


[Un’altra immagine presa sull'”autostrada della morte” (cliccare per ingrandire). Su di essa il fotografo Kenneth Jarecke ha scritto: “Se non fotografo questo, persone come mia madre penseranno che la guerra è quello che hanno visto in TV”]


Titolo originale: “Operation Desert Slaughter -Thoughts on Holocaust Memorial Day “

Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Link
28.01.2008

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS


Azioni

Information

2 responses

9 03 2008
Faster

Questa si chiama guerra.

23 11 2008
Onesta Mente

Questa si chiama macelleria.

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