“Guerra o pace per noi pari sono”. Disinnescata la crisi andina, la tensione resta alta

10 03 2008

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=10388Colombia – Bogotá – 10.3.2008
Sudamerica dal nostro inviato
Stella Spinelli

“Lo sapevo! Non ho creduto un solo momento a questa guerra di frontiera. Nessuno ha il coraggio di immischiarsi fino in fondo in questo nostro pazzo paese. Ci chiamano Locombia mica per niente!”. Sorride divertito John Jairo, 33 anni, di Medellin, responsabile di un’impresa import-export colombiana, mentre commenta le ultime notizie sparate dal notiziario di Canale Uno, trasmesso nel bar dell’aeroporto internazionale di Bogotà: Colombia, Ecuador e Venezuela, riuniti venerdì a Santo Domingo per la XX Cumbre del Gruppo di Rio, hanno scelto la via del compromesso, col beneplacito del Nicaragua, terzo paese ad aver rotto le relazioni diplomatiche con Palazzo Narino. L’emergenza internazionale sembra rientrata: pace fatta.

Chavez e UribeIl menager. “Evviva – saltella, espressione ironica il giovane manager – Ma diciamoci la verità: anche se Chavez e Correa non avessero concesso la stretta di mano a Uribe, alla fine dei conti che sarebbe cambiato per noi colombiani in guerra da sempre?”. Parole amare, che descrivono uno stato d’animo comune qui in Colombia, dove la stanchezza per un conflitto che la piega da quasi cinquant’anni emerge unanime. Nonostante la profonda dicotomia politica, sociale ed economica fra città e campagna, infatti, questa settimana di crisi diplomatica è stata vissuta con la medesima partecipazione in ogni angolo del paese: dai campi coltivati a cacao dell’Urabà, alle strade affollate di Bogotà, passando per la calda Amazzonia. Di panico o preoccupazione, però, nemmeno l’ombra: “Tanto, peggio di così – commentava un’anziana campesina di Apartadò, dipartimento di Antioquia, ascoltando la sua malandata radiolina che diffondeva ininterrottamente gli scambi di accuse fra i tre capi Stato –. Siamo abituati alla violenza. Un inasprimento del conflitto non ci spaventa, anzi. Magari assieme agli aerei di Chavez arriverebbe anche l’attenzione del mondo. Questo nostro disgraziato paese da sempre è teatro di crimini inenarrabili passati sotto il più totale e colpevole silenzio. Questa crisi servirà quanto meno a tenere accesi i riflettori su di noi”.

Raul ReyesPiaghe. Il non detto è fra le più gravi piaghe della Colombia, che soltanto le recenti manifestazioni di massa stanno cercando di risanare. “Stiamo assistendo a un risveglio di coscienza – commentava, infatti, uno studente italiano che da cinque anni vive nel paese andino, osservando la marea di gente che giovedì 6 marzo sfilava per la Avenida Settima di Bogotà, per dire basta ai crimini di Stato e al paramilitarismo -. Una delle cose più drammatiche del conflitto interno fra guerriglia, esercito e paras è l’ignoranza di molti colombiani. Sono le grandi distese rurali i teatri di battaglia, lontani anni luce dalla vita cittadina. Ma qualcosa sta cambiando”. Un risveglio lento, ma catartico, in cui si cominciano a delineare colpevoli e vittime. “Finalmente il paese intravede dove finiscono le colpe dei gruppi armati rivoluzionari e dove iniziano quelle di militari, gruppi di estrema destra e governo – si è impegnato a sottolineare un professore di scienze politiche dell’università di Cali, intervenuto alla manifestazione – Un passo indispensabile per noi se vogliamo incamminarci verso la pace e la riconciliazione”.

Marcia del 6 di marzo a Bogota contro il paramilitarsimo e i crimini di Stato. Foto di Cristiano BendinelliVerso la pace. Una strada che, dopo la scelta delle Farc di liberare unilateralmente 6 ostaggi, per i colombiani sembrava avvicinarsi. “Poi la morte di Raul Reyes, e io ho temuto il peggio – interviene un impiegato comunale bogotano, uribista convinto, ammettendo il suo stupore di fronte all’attacco militare in territorio ecuadoriano del primo marzo, che ha ucciso il numero due delle Farc e scatenato la settimana di crisi diplomatica latinoamericana più grave degli ultimi anni –. Il braccio destro di Marulanda era fra i più propensi allo scambio umanitario, fra i più portati a intraprendere una via diplomatica al conflitto. E non ho capito perché il nostro presidente abbia scelto di eliminarlo. Qualsiasi siano le sue ragioni, comunque, davanti alle minacce esterne di Caracas e Quito dobbiamo aver fiducia in lui e serrare le fila. Che entrino pure in questa nostra guerra. Vediamo chi vince”. Un atteggiamento che aveva accomunato molti cittadini filo-governativi e che fra i militari impegnati in prima linea si era tradotto in appoggio incondizionato: “Sono convinto che il Venezuela ci penserà due volte prima di mettersi contro di noi. E se anche fosse, in soli quattro anni li distruggiamo. Non possono competere, siamo troppo abituati a combattere”. Così parlava domenica 2 marzo, un Maggiore della Brigata 22 dell’Esercito, divisione Anti-guerriglia, di stanza nella regione amazzonica del Caquetà, dipartimento del sud colombiano, la zona roja per eccellenza. “Qui gli scontri con le Farc sono quotidiani – spiegava, cartina satellitare appesa al muro della stanza diroccata in cui aveva scelto di allestire l’accampamento provvisorio –. E a soli 90 chilometri in linea d’aria verso sud c’è il punto esatto in cui abbiamo lanciato l’attacco a Reyes. Grazie ai fondi del Plan Patriota siamo equipaggiati alla perfezione. Gli Stati Uniti resteranno al nostro fianco. Ci hanno addestrato, armato e ora siamo degni compagni di battaglia. Venga chiunque, noi ci siamo”.

Accordi. Poi la Cumbre, e dagli insulti agli abbracci reciproci. “Bene per Caracas e Quito – scuote la testa Beatriz, cuoca nella scuola elementare di Florencia, capitale del Caquetà – che eviteranno così di mandare al macello i loro ragazzi, ma per noi colombiani poco cambia. La nostra guerra resta, perché le Farc stanno già riorganizzando il loro Stato Maggiore, la povertà della maggioranza dei colombiani pure, e l’indifferenza del mondo in cui ripiomberemo anche”.


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