La recessione alle porte

26 03 2008

21 marzo 2008

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La notizia del tonfo della Bear Stearns ha fatto il giro del mondo. Il semi-crac di una delle cinque maggiori banche d’affari americane ha fatto versare fiumi di inchiostro sui quotidiani di mezzo mondo. Ma quanto alle analisi ci sarebbe molto da dire. Per di più i media italiani non hanno approfondito bene l’argomento. Un po’ perché non hanno capito, un po’ perché la realtà nuda e cruda spaventa i potentati finanziari anche a casa nostra.
Per evitare il collasso del sistema bancario statunitense, la banca centrale del Paese a stelle e strisce è dovuta pesantemente intervenire «per rimodulare le garanzie degli gli asset di BS», si direbbe in perfido slang yuppie. In realtà per evitare il tracollo di una privatissima banca, la banca centrale americana ha dovuto usare i soldi del contribuente per garantire la stabilità, solo temporanea del suo sistema finanziario.

Una classica manovra da stato dirigista che messa in pratica dalla nazione vessillo del turboliberismo fa ridere e piangere al tempo stesso. Fa ridere perché i seriosi analsiti finanziari anglosassoni (e i più pacchiani italici) hanno scientemente tenuto mimetizzata la cosa. Fa piangere, perché lo spettro della crisi americana rischia di ripercuotersi a valanga su mezzo mondo.
Ma la questione è ben più profonda. L’intervento della banca centrale Usa (a che titolo il governatore Bernanke adopera i soldi di un ipotetico signor Smith?) è la prova provata del fallimento del capitalismo che in questi anni, privo di altri contropoteri ideologici, si è mostrato per quel che è: uso disinvolto delle risorse degli altri mescolato con la cortina fumogena del conformismo mediatico e del consumismo «annebbiacervello».
Il tutto condito con la violazione sistematica di regole di per sé già allentate da un sistema politico ormai infeudato. Il problema è profondo. Anzitutto perché non c’è la possibilità di andare negli armadi a rispolverare vecchi arnesi della storia come il comunismo. Altro mostro, come il capitalismo, uscito dallo sfintére della rivoluzione industriale. E la prospettiva non è nemmeno quella che si intravede in India e soprattutto in Cina.
In quest’ultimo paese le ideologie, non più utili a mascherare l’essenza del mainstream della società moderna, sono state messe in soffitta dalle elite dirigenti: per loro conta solo il potere, il profitto e il consumo. Tesi antitesi e sintesi di un meccanismo perverso creato dall’uomo che però ha acquisito sostanza extrafisica propria. Si realizza in pieno la teoria sulla sopravvivenza delle organizzazioni di Max Weber.
Difficile dire ciò che ci aspetta. Impossibile come rimettersi a dire che bene che si stava 500 anni fa, come crede qualche asceta della premodernità (cosa diversa dall’antimodernità). Ritorniamo pagani, ritorniamo sotto l’ala protrettrice della Chiesa, ritorniamo comunisti, ritorniamo primitivi.
Fesserie. I processi creati dall’uomo vanno ricondotti dall’uomo stesso alla ragionevolezza (alla Ragione, che non è la la Razionalità della Tecnica). Non esistono sistemi totali per capire il mondo. Bisogna decrescere. Essere meno. Nascere meno. Consumare meno. Liberarsi dei miti della crescita infinita, del consumo del superfluo e cretino. Sembra facile, ma probabilmente è il più forte atto di volontà al quale l’uomo sia stato chiamato. E le possibilità di riuscita sono scarse.

Marco Milioni

25 marzo 2008

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La Federal Reserve, la banca centrale americana, ha recentemente tagliato il costo del denaro al 2,50%. E’ stato l’ultimo di una lunga serie di tagli nel tentativo di ridare fiato all’economia: basti pensare che solo lo scorso autunno il tasso era al 5%! Evidentemente si sta cercando di scongiurare la crisi rendendo il denaro era più disponibile, ma nel contesto di un sistema malato di debiti sembra il tentativo disperato del tossicodipendente di sopravvivere iniettandosi altra eroina.
E i mercati non stanno abboccando. Infatti se la banca centrale taglia il costo del denaro e come risposta le borse sprofondano, vuol dire che c’è qualcosa che non va: solitamente accade il contrario. Nel Paese dove lo Stato di regola non interviene nei mercati, più provvedimenti d’urgenza si prendono in soccorso del credito, più gli investitori capiscono che questi sono il sintomo di una crisi reale.
Su questo oramai non sussistono più dubbi, resta soltanto da capire la gravità: sarà breve e leggera – due o tre trimestri – o profonda e dolorosa? La fase di recessione infatti non implica necessariamente un Pil negativo: si può verificare anche un suo forte rallentamento, o come si dice in gergo, un “atterraggio morbido”. Questo perchè oggi il sistema monetario è più regolato che in passato, e gli Stati intervengono con maggiore intensità e tempestività. Per questo i liberisti non accettano il paragone con il ’29.
Ma secondo Alan Greenspan, ex numero uno della Federal Reserve e principale responsabile della crisi in atto, “si tratta della peggiore crisi del dopoguerra”. Detto da uno che ha invaso il mondo di spazzatura finanziaria, c’è da crederci.
Se rispetto al 1929 indubbiamente il mondo della finanza è più tutelato, dall’altra parte gli Usa oramai sono la potenza in declino, non più quella emergente. Questa è diventata ormai la Cina, i cui alti dirigenti si stanno domandando se convenga ancora detenere titoli di stato americani e dollari che valgono sempre meno: se decidessero di ridurli, cesserebbe una fonte importante di finanziamento agli Usa e le conseguenze potrebbero essere gravissime.
Oltretutto il sistema basato sull’obbligo, da parte dei vari Paesi, di detenere riserve monetarie in dollari, ereditato dagli accordi di Bretton Woods, sta cominciando a mostrare le prime crepe, soprattutto da parte di quei paesi esportatori di combustibile (Russia, Iran, Venezuela) a cui la dipendenza dagli yankees comincia a stare stretta: gli Stati uniti sarebbero costretti così a smettere di esportare carta per ottenere in cambio beni reali.
E le conseguenze per i cittadini stanno cominciando a sentirsi: i prezzi delle case americane stanno già calando sensibilmente e si stima che crolleranno tra il 20 e il 30 per cento. Già adesso molte famiglie hanno smesso di pagare i mutui cedendo la proprietà della casa alla banca, e il numero di esse sarà destinato a crescere (fino a 20 milioni). Inoltre la crisi dei mutui ad alto rischio sta intaccando ora anche i mutui a basso rischio, e potrebbe estendersi fino agli immobili commerciali (negozi, uffici ecc).
In generale, la recessione comporterà una massiccia ondata di fallimenti di società, con conseguente forte aumento della disoccupazione e quindi calo drastico dei consumi. L’effetto domino ripercorrerà a ritroso tutta la bolla gonfiatasi in questi ultimi anni, procurando danni anche all’Europa -che non è certo stata risparmiata dall’aumento dei prezzi delle case. Solo l’euro forte potrebbe proteggerci.
Una crisi di tali dimensioni, essendo strutturale, potrebbe però avere per gli Usa anche degli effetti positivi: potrebbe insegnare loro ad avere più umiltà verso chi americano non è, ma soprattutto che il loro non è il migliore dei mondi – anzi – e che quindi è fuori luogo decidere sui governi altrui e sentenziare sul rischio declino di altri Paesi (tra cui il nostro). Se non altro perchè per loro questo rischio non c’è: per loro il declino è sicuro.

Massimiliano Viviani

http://www.movimentozero.org


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