A chi serve la violenza

26 05 2008

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So che questo articolo farà arrabbiare gli amici di Napoli, che in questo momento stanno combattendo sulle barricate, e chiedo loro perdono in anticipo. Ma è rivolto soprattutto a loro, proprio perchè sono amici.

Le barricate non servono a nulla. Anzi, casomai fanno il gioco di chi sta dalla parte opposta.

Sia chiaro, parla uno che “ha fatto il ‘68”, e non certo un “paficista” per natura. Avevo solo 14 anni, e non capivo nulla di politica, ma due belle manganellate sono riuscito a prenderle anch’io, e l’urlo “cazzo-compagni-cordone” me lo ricordo ancora con un brivido lungo la schiena. Ma di tutti quegli anni impestati di slogan, di rabbia e di lacrimogeni, mi è rimasta impressa un’immagine su tutte le altre: il volto esterrefatto di due poliziotti, nel momento in cui si resero conto che un loro collega era morto, durante gli scontri di Milano.

La nebbia dei lacrimogeni avvolgeva tutto, e le sirene coprivano i botti, le urla e ogni altro rumore. Non c’era più davanti e dietro, destra e sinistra, sopra e sotto: avremmo potuto essere all’inferno, e sarebbe stata la stessa identica cosa. Di colpo vidi le teste di due poliziotti materializzarsi dal nulla, a pochi metri di distanza da me: si tolsero il casco e rimasero per un attimo a guardarsi, come se di colpo la battaglia per loro non esistesse più. Si dissero qualcosa di breve e conciso, poi uno di loro indicò un punto in lontananza, l’altro si girò in quella direzione, poi tornò a guardare il primo poliziotto, scuotendo la testa incredulo. Il secondo annuì lentamente, con lo sguardo fisso nel vuoto. Poi scomparvero ambedue in quella direzione, inghiottiti dalla nebbia dei lacrimogeni.

Pochi metri più avanti era morto un loro collega. Io ancora non lo sapevo, naturalmente, ma ricordo che in quel momento provai una netta sensazione di rifiuto, per tutto. Qualcosa si era rotto dentro, qualcosa che avevo letto in quello sguardo smarrito, …
… e che ancora non sapevo decifrare, mi diceva che stare lì era comunque sbagliato. Sbagliato non per me o per loro, ma sbagliato per tutti.

Ho voluto usare l’esempio del poliziotto, perchè quello di uno studente ucciso – e ce ne furono parecchi, in quel periodo – sarebbe stato fin troppo facile. La cosa più difficile invece è proprio riuscire a vedere la gente senza la divisa, nonostante tutto.

Perchè due uomini, due esseri umani che vivono nello stesso luogo e nello stesso tempo, che provano le stesse emozioni, e che desiderano dalla vita le stesse identiche cose, vengono a ritrovarsi uno di fronte all’altro, pronti ad uccidersi se necessario? Dove sta scritto che non possano avere tutti e due quello che desiderano, senza doversi necessariamente ammazzare a vicenda per ottenerlo?

E perchè uno di loro è armato di tutto punto, ed è “autorizzato” a fare violenza sull’altro, mentre l’altro è disarmato, e non ha nemmeno il diritto di alzare un solo dito in propria difesa? (Non raccontiamoci storie, perfavore: il diritto ce l’ha, ma appena ci prova viene arrestato per “resistenza a pubblico ufficiale”, quindi è la stessa cosa).

Se si trovano in questa situazione – bisogna invece domandarsi – così dispari e inerentemente brutale, chi li ha messi uno contro l’altro? Perchè qui sta la vera chiave del problema, anche se non è facile dimostrarlo.

Non è facile dimostrarlo, perchè nel momento stesso in cui si prova a sostenere che il poliziotto è vittima tanto quanto il cittadino che ha appena finito di pestare, ci si sente rispondere “vittima un cazzo, quello è un figlio di puttana e basta”.

Attenzione però, perchè questo è proprio ciò che vogliono coloro che lo hanno mandato, bardato di tutto punto, a pestarti in quel modo. Costoro non vogliono affatto che tu lo rispetti – come dicono ufficialmente – ma vogliono anzi che tu provi per lui un odio profondo e insanabile, e fanno di tutto per alimentarlo, mandandotelo incontro come se andasse a combattere le guerre stellari. Più lui è armato e protetto, più tu ti senti indignato, offeso e spaventato, e reagisci nell’unico modo che la natura ti ha insegnato ad usare: attaccando.

A sua volta, coloro che hanno mandato il poliziotto a picchiarti hanno pensato bene di riempirgli prima il cervello di menzogne, dicendogli che tu sei uno “sporco comunista” e un fannullone che pesa soltanto sui conti dello stato, in modo che non provi il minimo rimorso nel momento in cui ti massacra di botte.

Dopodichè devono solo sedersi davanti al televisore e godersi lo spettacolo.

Non fosse mai, invece, che i due smettessero per un attimo di picchiarsi, e si domandassero a vicenda: “Ma scusa, tu quanto guadagni al mese?” “Io una miseria, e tu?” “Io la metà di te”, perchè a quel punto sarebbe la fine, per chi comanda. A quel punto i due si domanderebbero “ma scusa, allora tutti i soldi del lavoro che produciamo dove vanno a finire?”, e lì sarebbe l’Apocalisse, quella vera.

Invece così è facile: a uno non dai nulla, all’altro dai appena quel qualcosa in più che gli venga subito voglia di difenderla, e con cinque lire te li sei cavati di torno tutti e due, e puoi goderti praticamente il pasto completo, tutto per te.

Certo che il poliziotto può sembrare “un figlio di puttana”, nel momento in cui bastona a sangue la madre di un tuo amico, ma chi lo ha reso animale fino a quel livello? A quel che mi risulta, nessuno nasce con la “missione” di “picchiare i comunisti” già nel DNA. Prima gli insegnano che il comunismo è cattivo, poi gli raccontano che tu sei comunista, e poi te lo scagliano contro. E’ semplicissimo, e purtroppo funziona sempre.

Anch’io, se aizzo il mio cane a sufficienza, riesco a fargli massacrare l’intero vicinato. Sai cosa ci vuole… Se dal giorno in cui nasce gli do in premio una bistecca ogni volta che mi porta la caviglia di un vicino, stai tranquillo che dopo un pò nel mio quartiere vanno tutti in giro con la sedia a rotelle.

Ma quando un cane è troppo aggressivo e morsica una persona, in galera ci va il padrone, non il cane. Come mai?

E come mai noi invece ce la prendiamo con il cane?

Perchè – dirà qualcuno – un poliziotto non è un cane, ed è perfettamente in grado di intendere e di volere.

Questo è vero, ma solo in teoria. Nella pratica invece il poliziotto non è affatto in grado di intendere e di volere. Non perchè “è scemo”, sia chiaro, ma perchè il poliziotto avrà sempre dalla sua le istituzioni, che gli danno pubblicamente ragione e gli forniscono un alibi portentoso per non doversi mai porre la questione in termini di responsabilità individuale. Lui è “al servizio dello Stato”, sai cosa gliene frega del “libero arbitrio”?

E’ per un’altra strada che deve arrivare quel messaggio.

Cari amici di Napoli, so che dire certe cose è facile, e metterle in pratica è molto più difficile. So che la rabbia è tanta, e che tenerla sotto controllo è quasi impossibile, ma ricordatevi che è proprio su quello che conta chi vi manda contro i poliziotti. Altrimenti, se davvero si volesse solo “mantenere l’ordine”, i poliziotti non si presenterebbero fin dall’inizio vestiti da MadMax, parlandoti con dei toni che farebbero incazzare persino un morto. Gli insegnerebbero ad essere fermi ma educati, decisi ma gentili, e svolgerebbero il loro compito di forze dell’ “ordine” agendo prima di tutto con la ragione, e ricorrendo alla forza solo come extrema ratio. (Il problema, come dicevamo, è che il quel caso il cittadino e il poliziotto rischiano di mettersi a chiacchierare, e magari di scoprire che hanno lo stesso nemico in comune, che li sta fottendo tutti e due in un modo diverso, usandoli l’uno contro l’altro. E questo assolutamente non deve avvenire).

Cari amici di Napoli, magari non serve a nulla, ma provate per una volta ad andare incontro a un poliziotto, e invece di insultarlo mettetegli semplicemente in mano un bigliettino con su scritto: “Lo so che sei convinto di fare il tuo dovere, e lo so che ti hanno raccontato che io sono un comunista inutile e puzzolente. Sappi però una cosa: per ogni “ecoballa” che riuscirai a far seppellire da queste parti, grazie alla forza del tuo mitra, ci sarà domani una persona che muore di cancro. E quella persona potrebbe anche essere tua madre, tua sorella, oppure il figlio tuo che ancora deve nascere.”

Massimo Mazzucco

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