Controllo e grande fratello

20 07 2008

Presento 4 articoli su questa gigantesca truffa ai danni di tutti gli italiani.

Impronte… Lo sapevate dove andranno a finire?
di Stefano Serafini

http://www.ariannaeditrice.it

Fonte: Stefano Serafini

Che bella scusa, i Rom, in piena estate, quando la maggior parte degli italiani pensa all’ombrellone, per fare ingoiare la schedatura di tutti i cittadini con le impronte digitali, come una volta si faceva solo per i delinquenti. “Razzisti” di destra e “corretti” di sinistra hanno offerto spettacolo per far passare una norma in aria da tempo, e voluta con forza e comunque da chi comanda quell’apparato misterioso chiamato
Unione Europea, che non si capisce bene di chi curi gli interessi, ufficialmente almeno già dal 2004:

http://www.eupolitix.com/latestnews/news-article/newsarticle/fingerprinting-eu/

Lo sapevate che le impronte digitalizzate di tutti i cittadini europei (quindi dal 2010 anche le nostre e quelle dei nostri figli) verranno di fatto alla fine archiviate e gestite da un centro mondiale che si trova a Washington, USA, sotto il controllo della FBI?

E’ naturale che ufficialmente il progetto Server in the Sky, discusso da gennaio secondo il daily Telegraph (Sophie Borland, FBI and British police plan global database, 16/01/2008) da USA e Gran Bretagna, servirebbe unicamente a controllare “potenziali terroristi”. Da noi, a controllare gli zingarelli.
A nessuno si rivolta lo stomaco, sentendo un’altra oscura figura strapagata dai contribuenti, e di cui non è chiara nemmeno la funzione, tale Garante della Privacy, commentare tale enormità con un flebile: “Il Garante non può che ripetere un fermo e chiaro invito alla moderazione nell’uso di questi strumenti, in quanto potenzialmente lesivi della dignità delle persone”?

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=20371

CONTROLLO – di Marco Cedolin

http://www.luogocomune.net

A partire dal 1° Gennaio 2010 tutti gli italiani saranno obbligati a fornire le proprie impronte digitali per ottenere la carta d’identità, come prevede un emendamento al decreto legge sulla Sicurezza che ha ottenuto il si di maggioranza ed opposizione nelle commissioni Bilancio e Finanza della Camera. Proprio i deputati del PD sembrano essere i più felici per l’approvazione della nuova norma proposta dal Pdl, in quanto a loro dire disinnescherebbe la “questione rom” ora che le impronte verranno prese a tutti.

Non è facile comprendere il cortocircuito logico di cui si fa portatore il centrosinistra, in virtù del quale schedare i cittadini alla stessa stregua dei criminali cessa di essere un’azione riprovevole nel momento in cui la schedatura viene applicata a tutti e non solamente ai bambini rom. Non è facile in quanto un’azione riprovevole quale costringere colui che non ha commesso alcun reato a fornire le proprie impronte digitali rimane tale per la sua stessa natura di coercizione immotivata, a prescindere dal fatto che egli sia o meno un rom, ma questo piccolo particolare sembra essere sfuggito ai deputati di Walter Veltroni…

… che si felicitano in quanto una randellata in testa a tutti rende tutti più “uguali” e felici, nonché collettivamente partecipi di un unico destino che è quello di assaggiare il randello appunto.

Randelli e centrosinistra a parte, l’operazione di schedatura delle impronte digitali introdotta in Italia in completa sintonia con la direttiva europea è parte integrante di un sistema di controllo del cittadino che continua a farsi sempre più pressante ed ossessivo, nel tentativo di fare fronte nel prossimo futuro a qualunque scenario possa contemplare il rischio di sommosse popolari e violenza diffusa conseguente al probabile tracollo economico del sistema occidentale.

Fenomeni seri ma non drammatici quali l’immigrazione clandestina fuori controllo ed il proliferare della microcriminalità sono stati strumentalizzati ad arte per terrorizzare il cittadino, già rimbambito dalla televisione ed angosciato dalle crescenti difficoltà economiche, esasperandolo fino al punto da indurlo ad invocare più sicurezza proprio facendo appello a coloro che lo vogliono sempre più insicuro e spaventato. L’equazione più sicurezza, più controllo è stata accettata supinamente come un prezzo necessario da pagare per ottenere una serenità che non arriverà mai perché chi gestisce il potere potrà continuare a farlo solamente coltivando l’angoscia e la paura che inducono il cittadino a lasciarsi controllare e gestire come più risulta conveniente alla costruzione del profitto.

Schedatura delle persone tramite la raccolta delle impronte digitali e in futuro anche del dna, telecamere onnipresenti e sempre più sofisticate, esercito nelle strade, infrastrutture presidiate dalle forze armate, finanziamenti sempre più cospicui destinati agli armamenti, all’esercito e alle forze dell’ordine, ottenuti attraverso altrettanto cospicui tagli alla sanità e alla spesa sociale, sono solo i prodromi di una “guerra” combattuta nel nome della sicurezza dei cittadini, ma destinata a lasciare sul terreno come unica vittima ogni anelito di libertà al quale intendessero aspirare i cittadini stessi, destinati a diventare nel tempo sempre meno sicuri e più controllati.

Marco Cedolin

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2701

LA PAURA DEL “GRANDE FRATELLO”

Girano E-mail allarmate e commenti indignati sul nuovo obbligo, appena approvato dal Parlamento, di inserire le impronte digitali sui futuri documenti di identità.

Fra le prime possiamo leggere frasi come “Lo sapevate che le impronte digitalizzate di tutti i cittadini europei (quindi dal 2010 anche le nostre e quelle dei nostri figli) verranno di fatto alla fine archiviate e gestite da un centro mondiale che si trova a Washington, USA, sotto il controllo della FBI?“

Fra i secondi “indigna” soprattutto, a quanto pare, il consenso della sinistra, che ha votato la legge bi-partisan insieme al governo. Il balletto delle ipocrisie è tale che il PD si è sentito obbligato a “giustificare” la propria scelta dicendo che “in questo modo si disinnesca la questione Rom. Ora le impronte – dice Antonio Misiani – saranno prese a tutti». (CdS)

Come a dire che prima era un ingiustizia, ma ora tocca a tutti, per cui va bene così.

Ma i Rom non c’entrano nulla, e in realtà non si comprende nemmeno dove stia il problema. Perchè mai l’archiviazione delle impronte digitali dovrebbe rappresentare una “invasione della privacy”, oppure una “limitazione delle libertà personali”? C’era forse qualcuno che aveva in programma di derubare la pasticceria sotto casa, e teme che le sue impronte restino impresse sulla polvere di zucchero depositata sugli scaffali?

In America prendono le impronte a tutti da una vita, e non risulta che vi siano mai state lamentele di soprusi in quel senso (se la polizia vuole fotterti lo fa comunque, con o senza impronte). Inoltre, sulla carta di identità abbiamo già tutti la nostra fotografia, perchè mai non dovrebbero starci anche le impronte? Una è la fotografia del volto, l’altra è la fotografia di un dito. Che differenza c’è fra le due?

Se un giorno venissero a chiederci anche la fotografia di un ginocchio, da mettere sulla carta di identità, noi cosa rispondiamo? “No, quello no perchè viola la mia privacy”?

Come al solito, ci si lascia ingannare dal falso problema, e si evita così di parlare di quello reale, che non sta nelle leggi, ma nella loro più o meno giusta applicazione.

Come dicevo più sopra, è proprio grazie all’enorme database di “fingerprints” disponibile in America, che recentemente alcuni ricercatori sono stati in grado di identificare con certezza assoluta la mano che si posò sui uno dei cartoni di libri collocato al sesto piano del famoso Book Depository di Dallas. La mano apparteneva – lo ripeto, con certezza assoluta – a uno dei tirapiedi di Johnson, e questo permette di dimostrare l’esistenza di un complotto per uccidere John Kennedy. Ma i media hanno elegantemente ignorato la notizia, e nessuno si è sentito in dovere di riaprire le indagini in base a quel ritrovamento, uccidendo Kennedy (e Oswald) per la millesima volta.

Ecco dove sta il problema: la legge sulle impronte digitali esiste, ma chi non ha voluto servirsene l’ha resa perfettamente inutile.

Invece di urlare al “Grande Fratello” ogni volta che ci chiedono nome e cognome, preoccupiamoci un pò di più di veder applicate le leggi nel senso in cui sono state concepite. Questo sarebbe, da solo, la miglior garanzia contro qualunque abuso, di qualunque tipo.

Massimo Mazzucco

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2701

Controllo o deterrenza?
Data 19/7/2008 9:20:00 | Categoria: opinione

Ritorno sull’argomento delle impronte digitali, della privacy e del “controllo del cittadino“ in generale, perché la discussione di ieri ha aperto spunti interessanti, e vale la pena di provare a trarre qualche conclusione.

Sono stati presentati due articoli apparentemente contrapposti, che hanno fatto molto discutere, dividendo più o meno a metà le opinioni degli altri utenti. In realtà, rileggendo tutti i commenti da cima a fondo, ci si rende conto che i due articoli non sostenevano affatto due tesi opposte, ma analizzavano due volti della stessa medaglia.

Che esista un continuo e insistente tentativo da parte delle autorità di “tenere sotto controllo“ i cittadini, nessuno lo mette in dubbio. Quella che è in discussione, caso mai, è la reale valenza di questo tentativo: si può pensare alle impronte digitali (e a qualunque altra schedatura di questo tipo) come a un micidiale strumento di potere, del quale i governanti potrebbero fare un uso improprio a loro piacimento. Oppure si può pensare alle impronte digitali (e a qualunque altra schedatura di questo tipo) come uno strumento di deterrenza psicologica, inteso a “far sentire” il cittadino sotto controllo più di quanto sia nella realtà.

Proviamo per un istante a metterci dalla parte opposta della barricata: siamo in quattro gatti, messi a governare 50 milioni di persone che rischiano di accorgersi da un momento all’altro della monumentale presa in giro di cui sono vittime. Gente onesta, che lavora dal mattino alla sera, e si spacca la schiena anno dopo anno, …
… in cambio di quel tanto che sia sufficiente a non crepare di fame, mentre un numero ristrettissimo di privilegiati accumula ricchezze inimmaginabili sulle spalle di queste persone.

Questa è la realtà di fatto da cui bisogna partire, se vogliamo riuscire a vedere le cose nella giusta ottica.

Grazie a una sofisticatissima ragnatela di trucchi, inganni e manipolazioni di ogni tipo, chi gestisce i flussi monetari, i tassi di interesse, gli stipendi, la scala mobile, le importazioni, le esportazioni, i finanziamenti statali – insomma, chi comanda – ha scovato ormai da tempo il modo di far lavorare questi 50 milioni di sudditi senza che si accorgano di quanto viene loro sottratto quotidianamente: se veramente il frutto del lavoro di tutti gli italiani venisse trasformato in ricchezza per i medesimi, vivremmo tutti come nababbi. Non è una metafora, ma una realtà facile da dimostrare: noi infatti fatichiamo ad arrivare a fine mese solo perchè furti, tangenti, creste, inganni, bustarelle e manipolazioni di ogni tipo “deviano“ parte di questa ricchezza dalla giusta destinazione. Se i politici “rubano”, vuole dire che quei soldi verranno a mancare dalle tasche comuni, e quelle sono le nostre. Ogni volta che viene accordata una tangente, i soldi per pagarla non provengono da Marte, ma dalle casse dello Stato. E in quelle casse i soldi ce li abbiamo messi noi.

Se questa è la premessa, ne consegue che il compito di chi viene messo a governare sia prima di tutto di garantire lo status quo, e questo implica dover “tenere buoni“ questi 50 milioni di schiavi dell’era moderna contro eventuali “risvegli” di qualunque tipo.

Vi sono diversi modi per ottenere questo risultato: prima di tutto, c’è la televisione, che serve sia come canale diretto di comunicazione, sia come strumento di controllo indiretto.

In forma diretta, la TV si occupa di gestire (riempire) il nostro tempo libero con contenuti che non sono scelti da noi: quando pronunciamo la classica frase “cosa c’è stasera in TV?”, in realtà stiamo consegnando le nostre ore di libertà a programmatori che sono interessati a tutto meno che alla nostra crescita individuale.

In forma indiretta la TV ci propina incessantemente una serie di falsi valori, che a loro volta ci impediscono di leggere la realtà in modo più obiettivo: se il messaggio televisivo (pubblicitario) colloca il SUV, il telefonino globale e la villetta indipendente ai gradini più alti dei valori, noi concentreremo tutte le nostre energie verso quegli obiettivi, e saremo distratti da altre realtà più contingentii.

C’è poi lo stadio, che fa da valvola di sfogo per buona parte della violenza fisica che si accumula negli individui nel corso della settimana. Ci sono le “vacanze esotiche“, che trasformano quello che dovrebbe essere un meritato periodo di riposo in una specie di lusso per molti ormai inarrivabile.

E poi, se tutto questo non bastasse, ci sono le forze dell’ordine.

Per chi sta al governo è assolutamente indispensabile poter intervenire in qualunque momento, per mettere immediatamente sotto controllo eventuali focolai di rivolta – anche solo di tipo ideologico – prima che si allarghino e sfuggano di mano.

Proviamo ora a immaginare, da questo punto di vista, quali possano essere i vantaggi effettivi – pratici, tecnici, intendo – di una schedatura generalizzata delle impronte digitali: a mio parere, nessuno. Se si vuole colpire un singolo cittadino, oppure un gruppo, non c’è alcun bisogno di essersi procurato in anticipo le sue impronte, come altri suoi dati personali. Nel momento stesso in cui si decida di abusare del proprio potere, facendo un uso improprio delle leggi per colpire quel cittadino, l’unico limite è la fantasia umana: quando si ha la faccia tosta di raccontare al mondo che un certo Pietro Valpreda avrebbe preso un taxi per andare a mettere la bomba alla Banca dell’Agricoltura, ci si dovrebbe rendere conto di quanto ridicolo sia – da parte delle stesse persone – prendere anticipatamente le impronte a 50 milioni di persone.

Lo ripeto, per chi magari non lo sapesse: c’era bisogno di un “anarchico” per coprire la bomba di stato, ed ecco che questo signore prende un taxi per fare i 400 metri che lo separano da Piazza Fontana. Non contento, durante il tragitto “si mostra molto agitato”, obbligando così il taxista a voltarsi e a guardarlo ripetutamente in faccia, nel caso dovesse mai riconoscerlo in questura.

Questa è la realtà in cui viviamo. Le impronte digitali invece le usano nei film polizieschi, dove non si può far vedere come agisce davvero la polizia di mezzo mondo, e bisogna fingere che le forze dell’ordine agiscano sempre nel rispetto della legge. (“Aha! Ti ho beccato! Per fortuna avevo le tue impronte digitali, altrimenti mi saresti sfuggito, malandrino!”)

Di fronte a un fatto come quello di Piazza Fontana – oppure allo stesso Undici Settembre, dove le foto dei passaporti sopravvivono alle fiamme dell’inferno – dovrebbero apparire più chiare due cose: il totale senso di impunità che pervade coloro che stanno al potere, e l’assoluta inutilità di una impresa così monumentale come rilevare “anticipatamente” le impronte di tutti i cittadini, solo per riuscire magari a “incastrarne” uno, se mai diventasse necessario.

Sarebbe come far sterilizzare tutte le donne del paese, per evitare che un giorno tuo figlio ne metta incinta una. Dagli il preservativo, e digli di usarlo quando serve, no?

Dal punto di vista psicologico, invece, la schedatura delle impronte digitali può certamente avere una funzione di deterrenza, in quanto accresce nel cittadino quel senso di “essere osservato“ che tutti in qualche misura condividiamo.

Sta quindi a noi, cadere o meno nel tranello: più lamenteremo a viva voce questa “continua intrusione nel mio mondo privato“, più contribuiremo a diffondere lo stesso senso di oppressione che serve proprio a ”tenere buona la gente”.

Più denunceremo la assoluta inutilità pratica di tale operazione, più contribuiremo, paradossalmente, a una nostra liberazione: la forza del cittadino deve stare prima di tutto nella coscienza dei suoi diritti, e in secondo luogo nella volontà collettiva – lo ripeto, collettiva – di vederli rispettati a tutti i costi.

Se invece ci raccontano che Valpreda ha preso il taxi per andare in banca, e noi stiamo zitti e buoni senza dire niente (pensando magari “tanto a me che cazzo me ne frega?”), ci stiamo preparando inconsapevolmente al momento in cui magari toccasse a noi essere presi di mira ingiustamente. E a quel punto non saranno certo le impronte digitali a incastrarci, ma la stessa apatia popolare che ci ha fatto accettare tali ingiustizie quando capitavano agli altri.

Massimo Mazzucco

L’indirizzo di questa news è:
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2703


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