Biutiful cauntri (Documentario)

26 11 2008

Ivan Scalfarotto

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In  parti (trovato da onestamente)

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http://www.ivanscalfarotto.it

Ho visto un paio di giorno fa un film uscito
credo l’anno scorso nelle sale, ma da qualche settimana venduto anche
in DVD nelle librerie (e quindi facilmente trasportabile a Mosca), che
si chiama “Biutiful cauntri”. Il film credo lo ricordiate tutti, è un documentario straziante sulla questione rifiuti in Campania.

Cosa si vede in “Biutiful cauntri”? Presto detto: pecore deformi
imbottite di diossina che muoiono come mosche, fanghi tossici scaricati
da camion ribaltabili e subito rimescolati da diligentissimi trattori
con il terreno agricolo sul quale crescono i pomodori che mangiamo,
bidoni di rifiuti industriali lasciati arrugginire all’aperto, distese
monumentali di ecoballe – per niente eco in verità – di cui non si sa
assolutamente cosa fare, laghetti di percolato che dire putrido è un
complimento ed altre amenità del genere. Un giudice intervistato dice
chiaramente che il disastro è assolutamente paragonabile a Chernobyl,
che ormai ci sono specie animali che stanno manifestando mutazioni.

A rendere lo spettacolo ancora più penoso avevo in testa i dolenti temi di “Contro i giovani”,
il libro di Tito Boeri e Vincenzo Galasso (sottotitolo: “Come l’Italia
sta tradendo le nuove generazioni”) che ho letto in questi giorni e che
racconta con parole semplici e spietate come si sia stato scientemente
costruito nei decenni il disastro finanziario e organizzativo del
nostro Paese: il debito pubblico, il crack pensionistico venturo, le
corporazioni imperanti, il progressivo impoverimento delle famiglie, la
enorme generosità degli italiani verso i propri figli e il sistematico
calpestamento dei diritti dei figli degli altri.

Insomma, con Boeri nella testa e le pecore
agonizzanti davanti agli occhi ho finalmente elaborato il pensiero che
mai nessun politico dovrebbe elaborare, e soprattutto confessare di
aver elaborato. Ho pensato: “E’ finita”. Ho pensato: “Non c’è più
niente da fare”. E poi: “Anche se per disgrazia entro in Parlamento non
potrò mai fare nulla per arginare questo disastro e stando lì dentro
sarò – oggettivamente – corresponsabile di questo macello”. La visione
di mio nipote Angelo (classe 2005) che tra vent’anni puntandomi in
faccia un dito accusatore mi dice con voce concitata: “Ma insomma, zio,
tu eri là, stavi seduto in parlamento, che cosa avete fatto, che cosa hai fatto tu
per evitare tutto questo?” è stata la mazzata finale. Mi son detto che
non c’era altro da fare che chiamare Federico, dirgli di rimettere il
gatto nella sua gabbietta di chiudere il gas e di venire subito via
(come la famosa Carmencita del caffè). Mi son detto che avrei fatto un
bel post per annunciare l’avvenuto affondamento dell’Italia agli ignari
compatrioti. Mi sono anche detto che avrei dovuto chiamare zia
Mariolina, che vive ad Aversa (in piena zona Gomorra) e convincerla ad
espatriare pure lei.
E’ stato solo un secondo. Lunghissimo, ma un
secondo. Poi ho pensato che in questa catastrofe avere una voce – per
quanto flebile – e non usarla sarebbe, quella sì, una responsabilità
imperdonabile. Parlare, dire le cose, comunicare: se c’è ancora una
piccola speranza di evitare il naufragio è non arrendersi all’idea –
nonostante l’evidenza – che tutto sia perduto e, se non si può fare
altro, almeno parlare, parlare, parlare. Per non dimenticare, per non
abituarsi, per non pensare che tutto questo sia normale, per non
perdere mai la capacità di indignarsi. La ricetta è tutta qui.

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