11/9 -26/11: DOPO IRAQ E AFGHANISTAN, INCASTRATO IL PAKISTAN

10 12 2008

http://fulviogrimaldi.blogspot.com

mumbai-map

Pensierino n.1: La comunità internazionale chiama, l’Italia
di Maroni risponde. La combriccola dell’11 settembre combina un
quarantotto antislamico a Mumbai? A Milano la Digos incastra due operai
marocchini un po’ squinternati e gli appioppa un piano per far saltare
per aria mezza Lombardia. La Lega, Maroni e tutto il marcio xenofobo
del paese si possono scatenare al pari del modello Usa. Si parva licet….

Pensierino n.2: In
Thailandia una massa di giovani, studenti, popolo, incazzata occupa la
capitale, i palazzi governativi, gli aeroporti e non si muove più. Così
fecero in Bolivia, Caracas, Ecuador. Così si cacciano i regimi di
merda, tipo quello del guitto-mannaro.

Pensierino n,3: La
magistratura di Salerno sconfessa e sputtana il CSM che lo ha
trasferito, Prodi, Mastella e tutta la banda di euroladri calabresi
coperti da giudici corrotti che lo avevano demonizzato, e riabilita
Luigi De Magistris e le sue inchieste “Poseidone” e “Why Not”. A quando
la vittoria anche di Clementina Forleo e lo smerdamento definitivo di
D’Alema? E i sinistri dove stanno? Ululano al “giustizialismo”?

Pensierino n.4:
La Chiesa cattolica blocca la depenalizzazione dell’omosessualità,
avallando pene varie e lapidazioni in una cinquantina di paesi. La
Chiesa cattolica si oppone alla convenzione ONU sui diritti dei
disabili perché non vi si condanna l’aborto. La Chiesa cattolica, con
Nazinger e senza Nazinger, si conferma MALE ASSOLUTO
.

E’
una società decerebrata quella che considera il fallimentare
imbecillone con i baffetti, massimo solo per spocchia e cinismo, un
grande statista; o il camaleonte bianco/nero di Chicago, spedito
raccomandato con ricevuta di ritorno a gabbare i disperati, un campione
del “cambiamento”; o il monaco zafferano della dinastia più schiavista
del mondo, intimo di Bush e inghirlandato da Bertinotti, una vetta
spirituale e non violenta della politica; o la pennivendola russa,
dagli schiamazzi ceceni diffusi su radio Cia, una giornalista
indipendente; o l’omofoba madama del più grande postribolo gay e
pedofilo della storia, una guida morale dell’umanità; o il Darfur
destabilizzato da secessionisti prezzolati da USA-UE, e non l’Iraq o la
Palestina, mattatoio di Stato

Ripeto ancora una volta l’antico
adagio: quando il coro è unanime da una sponda all’estremo opposto,
diciamo dallo squadrista “Libero” al “quotidiano comunista il
manifesto”, è la destra a tenere la scure per il manico e la sinistra a
accoglierla festante nelle sue viscere. Non appena la triplice
terrorista Usa-UE-Sion aveva presentato, tra tamburi e fanfare, la
prima del Kolossal “Islam, Al Qaida, Pakistan”, la proiezione è stata
ripetuta su tutti gli schermi del circuito politico-mediatico mondiale,
cinema parrocchiali e pensosi cineforum della sinistra compresi. Quanto
alle sinistre disperse in partitini e gruppetti e cani sciolti,
geopolitica, imperialismo, guerra infinita, Iraq e Cuba, sembrano
finiti nei bauli della soffitta. C’è ancora chi esercita meditazioni,
armi della critica e corde vocali su questi ostici paroloni? Non ci si
capisce nulla, si rischia di inimicarsi qualche compagno di cordata,
meglio prendersela con le perfide idiozie dei burattini a portata di
mano che con i burattinai troppo in alto.

E
così, dalle teodem islamofobe Sgrena o Forti del “manifesto” agli
ascari imperialsionisti del “Corriere”, è tutta una geremiade
sull’India, vittima democratica del terrorismo islamo-pachistano.
L’inviata speciale Marina Forti, corifea degli interventi imperiali
purchè “umanitari”, zeppi di ONG, antiburka e filo-gay, riesce a
trasformare un terrorismo interno indiano, al 90% di fuoriditesta indù,
in cento righe di terrorismo islamico e dieci di carneficine induiste.
Non si conduce forse una guerra infinita e globale all’”integralismo
islamico”, odioso al papa quanto a Wall Street per la sua
irriducibilità all’ordine della “comunità internazionale”, mentre
l’induismo, se a volte un tantino esagitato, è pur sempre la religione
ufficiale della democratica India, come del santone Ghandi? Perché
perdere tempo ascoltando anche solo un fiatino di quello che dicono
individui inattendibili come Fidel, o Saddam, o Milosevic, o Omar el
Bashir, o le Corti islamiche in Somalia, quando la “comunità
internazionale”, quel consesso del centesimo ricco, evoluto, bianco,
cristiano dell’umanità, ha già scritto il breviario di orazioni valide
per tutti? E, dunque, cosa ci attardiamo a dar retta a selvatici
burkaioli come gli analisti pachistani che vaneggiano di “sionisti
indù”, di Cia e Mossad, e che si permettono di disintegrare la
solidissima versione dei dieci ragazzotti pachistano-islamici venuti in
gommone da Karachi, per mettere a soqquadro una decina dei luoghi più
protetti della capitale finanziaria dell’India? Gommoni e navi appoggio
passati indenni sotto i mille occhi e le mille orecchie dell’area, tra
Medio Oriente, Golfo Persico, Mare Arabico, Iran, Afghanistan, più
militarizzata e sorvegliata dell’universo mondo. Perché dovremmo
riferire le voci false e tendenziose che denunciano l’esotico dialetto
indù, tutto fuorchè pachistano, in cui gli attaccanti parlavano tra di
loro, o che ne annotano le bandane gialle, tipiche delle bande sioniste
indù, ma indossate da nessun musulmano? Perché dare ascolto alle teorie
complottiste per le quali i dirigenti dell’anti-terrorismo indiano,
uccisi nei primi cinque minuti dell’operazione, ora non potranno più
concludere le indagini, ormai in dirittura finale, sul terrorismo
domestico di destra e, in particolare, sulla strage di centinaia di
musulmani nell’assalto al treno Samjhauta Express? E figurarsi se ha
una qualche credibilità la funambolesca speculazione per cui le varie
componenti dell’elite indiana – tutte care agli Usa e a Israele, ma il
partito di estrema destra BJP un po’ più del Partito del Congresso –
dovevano mettere la sordina alla crescente destabilizzazione della
nazione per opera sia di estremisti religiosi, sia delle formazioni
partigiane maoiste, sia della rabbia di milioni di contadini spodestati
da latifondisti, speculatori e multinazionali, con suicidi di massa,
sublimando ogni cosa nel patriottismo antislamico e antipachistano?

Ma
non di roba interna soltanto si tratta. Anzi. Si potrebbe dire che gli
obiettivi interni al subimperialismo capitalista indiano sono solo un
effetto collaterale. Scommettiamo che dietro ci sono i soliti, quelli
che praticano il terrorismo di Stato, a scopo di repressione interna e
di conquista imperialista esterna? Così fin dai tempi dell’incrociatore
Usa Maine, autoaffondato nella baia dell’Avana per dare la colpa alla
Spagna e sottrarle Cuba, dell’affondamento della flotta Usa a Pearl
Harbour, consentita ai giapponesi per avere l’alibi dell’entrata in
guerra, del finto attacco vietnamita nella Baia del Tonchino, servito a
radere al suolo Vietnam, Laos e Cambogia, dell’11 settembre 2001 che
sdoganava l’assalto al mondo da parte dei nazisionisti, delle
carneficine nei villaggi palestinesi bruciati dalle bande sioniste
Stern e Irgun per far posto alla conquista USraeliana? Qui abbiamo
un’India, incazzata e ripetutamente in guerra con i vicini musulmani
del Pakistan fin da quando non le è riuscita a incorporare il Kashmir
islamico al momento della divisione nel 1948. Un’India che recentemente
ha concluso un accordo per lo sviluppo nucleare con quegli Usa che per
impedire l’analogo sviluppo in Iran gli minacciano una casamicciola con
la ripetitività del rosario. E abbiamo un Pakistan, invece, che da
qualche mese è bersaglio di sfracelli bombaroli statunitensi perché non
si attiva abbastanza a liquidare quell’ Al Qaida che è la denominazione
sociale del Pentagono per scatenare nuovi episodi alla Maine, alla
Pearl Harbour, all’11 settembre. Lo stesso Pakistan che il buon Obama
minaccia di bombardare insieme all’Afghanistan (troppi musulmani in
giro), fin da quando era un bebè nelle classi differenziali dei
candidati presidenziali. Lo stesso Obama che, quando New Delhi
dichiarava già accertata la matrice islamo-pakistana dell’operazione
mentre hotel, centri commerciali, stazioni e centri ebraici (non
potevano mancare) avevano appena iniziato a bruciare, rispondeva che
“le nazioni sovrane hanno il diritto di difendersi” alla domanda se
l’India poteva permettersi di bombardare campi terroristici in Pakistan
come facevano gli Usa.

E qui qualcuno avrebbe potuto riandare
alla magica tempestività con cui a Washington si proclamava Al Qaida
l’attentatrice alle Torri Gemelle, prima ancora che la polvere delle
esplosioni si fosse posata su Manhattan, e con cui si dettero i nomi
del “19 dirottatori arabi” (6 poi ricomparsi in vita), senza aver
neanche ancora trovato il passaporto intatto di Mohammed Atta e le
valige degli attentatori piene di “prove” scordate in macchina, no in
aeroporto, no in autonoleggio , no nel deposito bagagli. E cosa ci
suggerisce la citazione “volevamo un massacro di ebrei”
attribuita dalla solita fonte anonima all’unico superstite di un
gruppetto opportunamente eliminato, proprio come successe agli
indiscutibili attentatori della stazione di Madrid dell’11 marzo 2005?
E la reazione del terminator Olmert: “Difenderò gli israeliani in ogni parte del mondo”?
Suggerisce forse la parola d’ordine “largo al Mossad”? E’ alla luce di
queste approfondite ricerche che “il manifesto” può tranquillamente
titolare “Erano tutti pakistani i terroristi di Mumbai” e, con piglio accoratamente granguignolesco, “La scia di sangue del terrore da Karachi al ventre dell’India
? Non si deve fiancheggiare così il presidente eletto del
“cambiamento”, del quale vengono definiti simpaticamente “moderati” i
compari di brigantaggio bellico neocon come il confermato ministro
della difesa e dei massacri iracheni, Gates, il consigliere della
Sicurezza Nazionale, Jones, comandante dei marines, il ministro della
Homeland Security, Janet Napolitano, che i messicani trucidati sul Rio
Bravo ricordano come fautrice di duemila kilometri di muro tra i due
paesi, o l’ultrà sionista israeliano Rahm Emanuel, capo di tutta la
banda? “Una squadra di prima classe” secondo l’altro ultrà
guerresco, Joe Biden, vicepresidente designato, come condivide, senza
nulla aggiungere, il corrispondente Bosco Bortolaso. Roba da far rodere
d’invidia il noto Magdi Allam, fondatore del partito “Protagonisti dell’Europa Cristiana”,
a umiliazione di Giuliano Ferrara e Oriana Fallaci, dopo essersi
guadagnato dal Nazinger la nomina a Crociato al merito delle sue
puttanate antislamiche. C’è da far inorgoglire lo standard aureo del
giornalismo internazionale, il “New York Times”, di nuovo, dopo i
ripensamenti inflittigli dalla catastrofe irachena, capofila della
campagna di guerra, stavolta contro il Pakistan: “E’ altamente
probabile che il prossimo attacco terroristico di grande portata contro
l’Occidente venga programmato da estremisti in Pakistan… Pensate che il
presidente Ali Zardari ha appena inserito nel suo gabinetto due uomini
che starebbero bene in un regime Taliban”.
Mica vogliono male al Pakistan! Elementare, Watson.

C’è chi, a sinistra, dalla montagna di cadaveri ammucchiati dall’Occidente cristiano, satanizza tout court l’intero Islam, “religione di morte e di sopraffazione”. C’è chi, con pietas cattolica, come quelli dell’agenzia “Lettera 22”, implora di “evitare
che il qaedismo recluti disperati in cerca di riscatto e di lavorare
sulle condizioni locali in India come in Pakistane e Afghanistan
”. E ci sono i temerari, veri anticonformisti, gente tipo Tavola della Pace, che alle cattiverie Usa attribuiscono quel “rigoglio di risentimento che porta i popoli ad abbandonarsi alle efferatezze del terrorismo”.
Vigliacco se ce n’è uno in tutta questa combriccola che guardi alla
storia, alle abbaglianti evidenze, alla logica aristotelica del cui
bono, di chi ne trae vantaggio.

L’Iran ha cantato
all’unisono con i presunti nemici statunitensi la canzone
dell’operazione terroristica pachistana. Socio di USraele
nell’obliterazione dell’Iraq, è alleato del fantoccio amerikano Karzai
in Afghanistan e, dunque, nemicissimo della Resistenza. Karzai,
proconsole di un paese occupato e predato dall’Occidente per posizione
geostrategica e profitti da droga, è nemico del Pakistan dove, nelle
aree tribali del Nord Ovest, si rifugiano i resistenti afghani,
Islamabad compiacente o no. Nemico storico del Pakistan nucleare, anche
perchè riferimento per la minoranza di 180 milioni di perseguitati
musulmani in India, è l’India nucleare, Kashmir o non Kashmir. Il
Pakistan e gli Usa sono “alleati”, anche se gli uni bombardano l’altro.
Ma il Pakistan è soprattutto amico e gran socio economico della Cina,
che anch’essa ha un contenzioso con l’India su pezzi di Kashmir.
L’India è il più potente alleato degli Usa nell’area che serve
all’accerchiamento di Cina e Russia. A tale scopo servono anche
Afghanistan e il riottoso e tumultuoso Pakistan, che hanno il
plusvalore di essere portale e ponte tra gli Usa e le ricchezze
energetiche dell’Asia centrale da strappare all’influenza russa. Se,
dopo l’Afghanistan desertificato (salvo per l’oppio con i cui proventi
si scalfisce un poco l’immenso debito Usa), ma di cui non si riesce a
venire a capo, si riuscisse a fare a pezzi anche il Pakistan, con una
guerra e soffiando su conflitti tribali, etnici e intemperanze
religiose (nel Beluchistan già operano secessionisti alla kurda
irachena), si toglierebbe di mezzo un punto di resistenza della Cina,
ma anche uno Stato nazione imprevedibile e inaffidabile, con tanto di
bomba atomica. E se da una guerra indo-pachistana ci dovesse rimettere
un po’ anche l’India, poco male. Meglio ridimensionare questa tigre
asiatica, non si sa mai. Vale sempre la massima di Kissinger per il
conflitto Iraq-Iran: “Preferiamo i mullah, ma che si dissanguino fra di loro”. Il sangue, poi, lo beviamo noi. Quest’ultima l’ha solo pensata.

Col
pretesto di combattere il “terrorismo”, da sei mesi gli Usa lanciano
spietati attacchi oltre confine in Pakistan, decimandone le popolazioni
civili. Il fido vassallo Musharraf è stato spazzato via dalla collera
popolare. Qualcuno ha tolto di mezzo il surrogato affidabile Benazir
Bhutto. Sopravvive il regime debolissimo del principe consorte, Ali
Zardari, in balia di forze in competizione tra loro (600 cristiani
massacrati dagli indù due mesi prima di Mumbai, 2500 musulmani bruciati
vivi nel primo incidente del 21° secolo, stupri etnici di kashmiri e
Dalit, la sottocasta, da parte degli indù come se piovesse), e
galleggiante su una massa di popolo che, come un sol uomo, detesta gli
Stati Uniti. Sono tutti sunniti. Siccome per definizione a priori gli
attaccanti di Mumbai sono di Al Qaida, o della succedanea
Lashkar-e-Taiba (che però ha smentito, mentre i combattenti per una
causa rivendicano le loro azioni), e siccome Al Qaida è tutta sunnita,
wahabita, e siccome i pachistani sono sunniti quanto i taliban, ecco
che l’equazione è completa. Condoleezza Rice si precipita in Pakistan e
ribadisce le accuse indiane totalmente prive di prove: i terroristi li
avete addestrati qui e o li catturate o son cazzi. L’astuto “manifesto”
interpreta l’intimazione come “acqua getta sul fuoco”. Un plusvalore a
uso interno arriva dalla notizia che due degli attaccanti uccisi erano
pakistani, ma di cittadinanza e origine britannica. Si rinfresca la
psicosi antislamica nel Regno Unito, utile all’ulteriore persecuzione
di immigrati e alla liquidazione delle libertà democratiche. A sua
volta, il governo indiano, pressato da conflitti confessionali e
sociali intestini in continua espansione, ha modo di adottare “misure
d’emergenza”. La fascistizzazione si estende al subcontinente asiatico.
Indispensabile per tempi di crisi da far pagare ai poveri.

Proviamo
a considerare i tre elementi di Aristotele per capire il reale: mezzi,
metodi e motivazioni. Da sempre la macchina militare più potente del
mondo ha i mezzi per armare gruppi come questo, di solito chiamati
“squadroni della morte”.La storia trabocca di esempi in cui Cia e
Mossad usano il metodo di impiegare surrogati per consentirgli di
attaccare nemici. Pensiamo al terrorismo che rovesciò il premier
nazionalista iraniano Mossadeq, ai mujaheddin afghani che cacciarono i
sovietici, alle bande armate georgiane lanciate all’attacco
dell’Ossezia russa. Per occultare le proprie motivazioni di sfasciare
il Pakistan utilizzando l’India, gli ascari afghani e l’Iran, come
chiaramente anticipato da Obama e dal vice Biden, tocca spostare
l’attenzione da se stessi e creare un contenzioso tra India e il paese
da colpire. Se militanti antindiani, come quelli designati
dall’universo mondo, volessero attrarre l’attenzione su di sé e
promuovere consenso, tutto farebbero fuorchè sterminare civili
innocenti. Sul posto si sono immediatamente avventati forze speciali
israeliane e l’FBI. Motivazione: indirizzare le indagini nel senso
voluto. Come nel caso delle Torri Gemelle, attacchi “pachistani” di
Lashkar-e-Taiba erano stati anticipati da numerosi avvertimenti dei
servizi Usa e indiani. Si accetta il contraccolpo dell’inefficienza pur
di avallare la pista voluta.

Ma le inefficienze
incomprensibili sono anche altre: gli alberghi a cinque stelle di
Mumbai sono difese da vigilantes dentro e fuori. Tutti svaporati. Negli
alberghi ci sono telecamere ovunque, ma non hanno visto niente.
L’esercito indiano, uno dei meglio addestrati e moderni, non è riuscito
a intervenire, nonostante gli attacchi non fossero nemmeno simultanei e
gli assalitori corressero da un obiettivo all’altro, si dice, per poi
rinchiudersi nel hotel. Chi è che si attrezza per atti terroristici
ovunque gli pare opportuno? L’ex-ministro della difesa Usa, Donald
Rumsfeld, crea un’ organizzazione con il compito di compiere atti
terroristici contro il suo e altri paesi. Lo conferma il “Los Angeles
Times” pubblicando un documento segreto del Defence Science Board (Comitato scientifico della Difesa) che istituisce il P2OG (Proactive, Preemtive Operations Group:
Gruppo per le operazioni attivanti preventive). Suo compito: attuare
missioni segrete finalizzate a “stimolare reazioni” da parte di gruppi
terroristici, provocandoli con attentati e assassinii a commettere atti
di violenza onde consentire “contrattacchi” delle forze Usa. A questo
fine si devono utilizzare i metodi della “copertura e dell’inganno” (cover and deception)
e operazioni militari segrete che deliberatamente fomentino stragi di
innocenti. Non è solo che combattere il terrorismo provocandolo ed
esercitandolo ci fa entrare nel regno della follia criminale. Qui si
tratta di utilizzarlo – facendolo o provocandolo – allo scopo di
promuovere le ambizioni geopolitiche dell’elite statunitense e
occidentale. Il programma del Pentagono afferma – e Obama lo ha
ribadito giorni fa – che è a rischio la sovranità dei paesi che albergano terroristi.
Basta dunque individuare zone di malcontento, infiltrarci i propri
provocatori (come insiste il famiglio Cossiga), chiamarli con una sigla
qualsivoglia purchè islamica, e consolidare i motivi per abbattere un
governo e polverizzare un paese. C’è, a questo proposito, un esempio
agghiacciante, uscito grazie al freedom act dalle tenebre del segreto di Stato Usa: l’Operazione Northwoods contro
Cuba, pianificata dal Pentagono e sospesa da Kennedy (che poche
settimane dopo veniva ucciso, secondo i dati più attendibili, dalla
mafia cubana). Prevedeva il bombardamento della base di Guantanamo da
parte di finti cubani, attentati terroristici finto-cubani negli Usa
contro obiettivi governativi e privati, un aereo charter pieno di
studenti Usa in volo verso il Centroamerica che, sopra Cuba, sarebbe
stato abbattuto da un finto Mig cubano. Casus belli immediato.

E’
evidente che gli Usa vogliono trascurare un Iraq creduto
definitivamente debellato e affidato alla cogestione fantocci
iraniani-fantocci Usa e a furti petroliferi garantiti da sottopancia
curdi e sciti, per concentrarsi sulla crescente “minaccia” russa e
cinese. A questo scopo serve creare una spaccatura irrimediabile tra i
colossi India e Pakistan, mettendoli l’uno contro l’altro, schiacciando
il Pakistan tra Afghanistan e India, destabilizzando tutti e tre i
paesi politicamente ed economicamente. L’India, in questa contesa,
riveste un interesse maggiore: potenza emergente, potenza nucleare,
merita di diventare il maggiore mercato dell’industria militare Usa e
tutta la collaborazione per il rafforzamento del suo dispositivo
atomico. Con particolare urgenza ora che a quei figli di puttana di
indiani la Russia sta fornendo una portaerei con 16 Mig-29 e offrendo
una collaborazione spaziale (Brah-Mos Aerospace) per la produzione di
missili da crociera supersonici, armabili anche con testate nucleari.
Le tensioni sociali e il sanguinoso conflitto tra musulmani e indù, da
rinnovare alla Mumbai, impediscono che possa crescere troppo e
pretendere autonomia strategica. Il Pakistan, invece, è un casino, fa
da retroterra alla resistenza afghana, è tutto islamico, odia gli Usa e
ama ed è amato dalla Cina (Zardari visita Pechino per firmare 12
accordi, uno dei quali per la costruzione di altri due reattori
nucleari e un altro per la fornitura di caccia IF-17 con motori russi,
d’accordo con Mosca) ed è pure dotato di incontrollabili armi nucleari.
La scelta è presto fatta. Il Pakistan va frantumato e distrutto. Va
garantito l’accerchiamento strategico di Russia e Cina e il controllo
totale sugli oledotti dall’Asia centrale (come ricorda Manlio Dinucci,
ultimo baluardo controinformativo nel “manifesto dopo l’irrimediabile
scomparsa di Stefano Chiarini, cui dobbiamo questi dati).

Ecco il soft power
che il lobbista ebraico Marco d’Eramo attribuisce al neoeletto Obama,
non senza aver prima esaltato l’opera del bushiano generale Petraeus
per aver “grandemente migliorato (!) la situazione in Iraq”: “Il
soft power si fonda sulla seduzione esercitata dalle idee o sulla
tendenza a fissare l’ordine del giorno in modo che rispecchi le
preferenze altrui”.
Il soft power, dunque, è un
RPG avvolto in vasellina. E’ Cossutta che bacia Milosevic sotto le
bombe del proprio governo. E’ Prodi che mantiene qualche caveat per i nostri bombaroli in Afghanistan. E’ inalberando il soft power
che il prediletto del “manifesto” e di tutti ha annunciato
l’intensificazione della guerra all’Afghanistan, il totale sostegno ai
genocidi israeliani e l’attacco al Pakistan. E poi c’è chi da sei anni
blatera di un imminente attacco USraeliano all’Iran! A quell’Iran che
ha collaborato con il sodale di sempre a far fuori l’Iraq tra il 1979 e
il 1988 e tra il 2003 e oggi, e che ora si fa leva occidentale (in
senso letterale e non) di quello schiaccianoci che dovrà sgretolare il
Pakistan con tutti quei suoi dannati sunniti. Siamo in mano a dei veri
giornalisti.

http://fulviogrimaldi.blogspot.com
http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2008/12/119-2611-dopo-iraq-e-afghanistan.html


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