Anche Spagna e Turchia insofferenti verso Israele. E l’Italia?

1 02 2009

http://www.radiocittaperta.it/    Marco Santopadre

rdoganvideoIl video dell’accusa di Erdogan (YouTube)

Israele sta perdendo l’appoggio di alcuni alleati storici e nonostante la tracotanza dimostrata in ogni occasione dai suoi dirigenti l’isolamento del cosiddetto ‘Stato ebraico’ aumenta di giorno in giorno. Ieri durante una seduta del Forum Economico di Davos, si è consumato uno strappo tra Turchia e Israele senza precedenti: il primo ministro turco Erdogan ha abbandonato una seduta del Forum dedicata al Medio Oriente dopo che il capo di stato israeliano Shimon Peres aveva difeso, con toni particolarmente accesi, l’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza. Quando Erdogan ha preso il microfono per controbattere alle parole di Peres, il moderatore gli ha fatto presente che il tempo a disposizione era scaduto; il primo ministro si è alzato e ha detto: “Bene, se è così non verrò più a Davos”. L’intervento di Peres aveva fatto seguito a quello del Segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon e del Segretario della Lega Araba Amr Moussa che aveva criticato “l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania” e l’assedio di Israele imposto alla popolazione palestinese. “Con il blocco in vigore che affama la gente – aveva detto Moussa – è ovvio che le persone si rivoltino”.

Al suo ritorno in patria il premier turco Erdogan è stato accolto da una folla che lo ha acclamato come eroe, sventolando bandiere della Palestina e gridando slogan contro Israele.

E’ di nuovo tensione anche fra Spagna e Israele, dopo che l’Audiencia Nacional, alto tribunale penale di Madrid, ha deciso di aprire un’indagine contro sette militari israeliani (fra cui l’ex ministro della Difesa Benjamin Ben-Eliezer) per un bombardamento avvenuto a Gaza nel 2002 in cui morirono 15 persone, di cui 14 civili. Gerusalemme ha reagito immediatamente e il ministro della Difesa Ehud Barak ha dichiarato che “farà di tutto” per ottenere l’annullamento dell’inchiesta, definita “delirante”. In un atto di sette pagine, il giudice istruttore Fernando Andreu spiega la decisione sulla base della legge spagnola che prevede la sua giurisdizione anche per crimini internazionali. Nel caso specifico, scrive, si tratta di un “crimine contro l’umanità”.

L’attacco avvenne il 22 luglio 2002 e l’obiettivo era l’uccisione del dirigente di Hamas Salah Shehadeh, capo delle brigate Ezzedin Al Qassam: per colpirlo, scrive il magistrato, l’aviazione di Tel Aviv “lanciò una bomba di una tonnellata sul quartiere Al Daraj della città di Gaza”. Shehadeh morì, ma insieme a lui anche altre 14 persone che vivevano in case vicine “la maggioranza bambini”, altre 150 furono ferite “alcune con lesioni gravi e conseguenze permanenti” e otto case furono completamente distrutte”. Il giudice ritiene che le Forze armate di Israele agirono “conoscendo le conseguenze che quest’azione poteva comportare”, e ciò implica “un attacco contro la popolazione civile, già di per sé illegittimo” e tale da far scattare la “giurisdizione universale” (che cioè prescinde dall’esistenza di vittime o autori spagnoli o dal fatto che il resto si stato compiuto su territorio spagnolo). Non solo: Andreu aggiunge che se “nel corso di questo procedimento si provasse che l’azione rispondeva a una strategia premeditata o predeterminata, potrebbe dar luogo a una qualificazione dei fatti diversa e ancora più grave”, ovvero – anche se non viene detto esplicitamente – quella di genocidio. L’indagine è stata aperta su denuncia delle famiglie palestinesi Mattar, Howeit e Sahwwa, i cui parenti morirono nell’attacco, e l’atto si conclude con una rogatoria a Israele affinché notifichi l’atto agli indiziati citati in giudizio. La reazione israeliana non si è fatta attendere: il ministro della Difesa Ehud Barak diffuso un comunicato in cui annuncia la sua “intenzione di battersi vigorosamente contro le accuse in Spagna e di fare tutto il necessario per ottenere l’annullamento dell’indagine”. Barak inoltre “respinge con forza l’annuncio delirante del giudice spagnolo che ha deciso d’istruire la causa” perché “chi qualifica come ‘crimine contro l’umanità’ la liquidazione di un terrorista vive in un mondo al rovescio”. Secondo quanto riporta l’edizione elettronica del giornale spagnolo di destra ‘El Mundo’, già alcuni mesi fa la ministra degli Esteri di Israele Tzipi Livni – candidata del partito Kadima alle elezioni del 10 febbraio – avrebbe chiesto al suo omologo spagnolo Miguel Angel Moratinos di attivarsi per impedire che la denuncia potesse sfociare in un processo. L’indagine dell’Audiencia Nacional d’altronde arriva in un momento delicato per le relazioni diplomatiche ispano-israeliane, proprio a causa dell’ultima offensiva ebraica a Gaza, in cui sono stati uccisi ben 1.300 civili: il premier spagnolo José Luis Zapatero è stato il leader occidentale più severo nel parlare del recente attacco israeliano. Dalia Itzik, la presidente del parlamento israeliano, aveva rinviato una visita a Madrid – ufficialmente per “impegni ineludibili” – e l’ambasciata d’Israele a Madrid aveva criticato duramente le manifestazioni di piazza contro l’operazione ‘Piombo fuso’, lamentandosi della partecipazione di membri del Psoe. Israele sente la pressione delle organizzazioni palestinesi che vogliono portare davanti ai tribunali i responsabili militari dell’attacco delle scorse settimane. Appena pochi giorni fa, Israele aveva presentato una lista di paesi considerati “problematici”, consigliando ai suoi militari di non visitarli: fra questi, oltre a Gran Bretagna e paesi scandinavi, c’è appunto la Spagna.

Paradossalmente, sia la Spagna che la Turchia non hanno nulla da invidiare ad Israele in fatto di repressione e di violazione dei diritti umani, rispettivamente nei confronti del popolo basco e del popolo kurdo. Così come Israele nei territori palestinesi, anche Ankara persegue da anni la pulizia etnica della popolazione kurda, distruggendo centinaia di villaggi, deviando corsi d’acqua, deportando centinaia di migliaia di abitanti nelle grandi città turcofone. Non necessariamente quindi ‘il nemico del nostro nemico è nostro amico’. Però è significativo che l’isolamento di Israele aumenti anche tra le classi dirigenti legati a doppio filo con gli Stati Uniti e membri di spicco della Nato.
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