Nanoparticelle scomode, lo stato italiano ‘uccide’ chi le studia

10 09 2009

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npaticelle

Intervista esclusiva al dottor Stefano Montanari.

Il paese che sfratta il premio Nobel Montalcini non ha problemi a ‘giustiziare’ mediaticamente e professionalmente la coppia Gatti/Montanari. ‘Qualcuno’ ha deciso di sottrarre loro il prezioso microscopio con cui hanno scoperto e studiano da anni le letali patologie connesse alle terribili nanoparticelle.
Senza microscopio, addio laboratorio. E soprattutto addio a chi disturba il business di inceneritori, cementifici, industrie siderurgiche, centrali a carbone e biomasse…

di Hermes Pittelli ©

Un Paese che mostra quotidianamente il meglio di sé.  Sfrattando, ad esempio, il premio Nobel Montalcini, mentre in tutto il resto del pianeta lo studio delle neuroscienze è fondamentale e strategico.
Con un ministro dell’ambiente che difende le industrie inquinanti dai rigidi paletti previsti dal protocollo di Kyoto, un capo del governo, unico caso tra i presunti grandi paesi del mondo che va ad omaggiare – con la pattuglia delle frecce tricolori ridotta a compagnia di burattini – un dittatore sanguinario per tutelare gli interessi commerciali di Eni, Enel, Finmeccanica, Impregilo.
Un Paese che in silenzio e totale passività subisce lo sfregio mortale della deriva morale, civile, sociale, culturale, politica per lasciare ai soliti famigerati noti la licenza di massacrare salute e ambiente in nome dei loro personalissimi superiori interessi.

Non stupisce quindi che chi tenta con dedizione, studio e fatica di risvegliare le coscienze e salvare i propri concittadini sia oggetto di criminose campagne di diffamazione e di una guerra subdola, magari incruenta ma capace di uccidere in modo più crudele di una pallottola.
Basta fare terra bruciata attorno agli scienziati che conducono ricerche ‘scomode’, ricerche che dimostrano in modo inequivocabile la pericolosità delle industrie e delle attività i cui capataz dei consigli d’amministrazione sono, caso strano, amici (per denaro e tornaconto) degli esponenti più influenti del governo e della politica. Così, guai ai vinti che osano raccontare ai cittadini la follia del petrolio, degli idrocarburi, delle centrali a bio e turbogas; guai a chi dimostra che inceneritori, cementifici, industrie siderurgiche sono fonti di veleni letali per l’uomo e l’ambiente.

Tra i ‘vinti’, ma mai domi e supini, ecco Antonietta Gatti e Stefano Montanari, che vedono il loro laboratorio modenese Nanodiagnostics a rischio chiusura: qualche burocrate universitario e legale molto solerte nell’applicazione acefala dei diktat piramidali da mesi ha deciso di sottrarre loro il sofisticato e indispensabile microscopio con cui hanno scoperto le patologie connesse alle terribili nanoparticelle. Va da sé che senza quel microscopio, Gatti e Montanari, ma anche tutti i giovani studenti e ricercatori universitari che gravitano attorno a Nanodiagnostics, sono resi inoffensivi. Il risultato che si vuole ottenere.

Questa intervista al dottor Stefano Montanari tenta di ricostruire i passaggi della vicenda.

D. Dottore, pare che siate sotto attacco. Da tempo c’erano ‘cecchini mediatici’ (misteriosi disturbatori che spargevano cattiverie e zizzania sul vostro blog) e accademici da operetta che tentavano di diffamarvi e lordare la validità delle vostre ricerche. Oggi sono passati alle vie di fatto. Perché ‘qualcuno’ vuole sottrarvi il microscopio con cui studiate le nanopatologie?

R. Il motivo è semplicissimo: noi siamo un granellino fastidioso penetrato all’interno di un sistema d’ingranaggi complesso e con noi tra i piedi quell’ingranaggio scricchiola. Finché il granello è piccolo, finché non ne entrano altri, è meglio fare pulizia.

D. Secondo Lei, chi ha ordito questa bella strategia?

R. Credo ci siano diversi interessi che si sono trovati a convergere. È evidente che i nostri studi danno un fastidio terribile a chi è sempre più ingolosito dal business dei rifiuti legato alla loro combustione. Ma ci sono anche elementi diversi: io mi batto per difendere il nostro Paese da scempi quali quelli di TAV, Mose, Ponte sullo Stretto, ad esempio, e per questo devo essere punito. Poi ci sono meschine vendette personali di qualcuno la cui miseria e solitudine non può che destare commiserazione.

D. A chi spetta la titolarità del microscopio?

R. Io ho il pessimo difetto di fidarmi delle persone e di credere sempre alla buona fede. A suo tempo io stesso proposi d’intestare il microscopio alla Onlus Carlo Bortolani che ne è la legale proprietaria. Dal punto di vista morale le cose stanno in tutt’altra maniera, dato che la raccolta fondi che permise di comprare l’apparecchio era stata strombazzata come dedicata ai dottori Gatti e Montanari e null’altro. Addirittura la Onlus Bortolani scrisse “L’attività di ricerca oggetto della collaborazione sarà svolta sotto la completa responsabilità della Dott.ssa Antonietta Gatti la quale determina gestione, tempi, modi, durata, luogo dei singoli progetti e ubicazione dell’apparecchiatura in oggetto.” Non credo si potesse essere più chiari. Di Urbino o di altre destinazioni non si parlò mai e con questo “trasloco” ci si fa beffe di chi a suo tempo mise il suo soldino.


D. Perché la onlus Bortolani si sta prestando al vostro omicidio scientifico e professionale?

R. Bisognerebbe chiederlo alla sig.ra Bortolani. Io le mie idee le ho, ma per ora me le tengo. Dico solo che, per allestire una farsa del genere, occorrono sollecitazioni pesanti e una potrebbe essere quella che arriva da qualcuno alle spalle di chi, all’interno dell’Università di Urbino, non lavora certo per difendere ambiente e salute. Comunque, basta leggere le motivazioni addotte sul blog della Onlus per accorgersi che si supera ogni soglia di grottesco.

D. Cosa c’entra in questa ‘singolare’ vicenda l’Università di Urbino? E perché dalla cittadella universitaria marchigiana nessuno sembra interessato a rispondere alle vostre sollecitazioni?

R. Urbino c’entra eccome. In quella Università ci sono personaggi che prestano la loro opera perché si possano costruire impianti non certo amici della salute e dell’ambiente. Le riporto testualmente una frase di una delle non poche diffide spedite ad Urbino, in questo caso da un’associazione di donatori: “Non può tacersi infine la circostanza che mentre la NANODIAGNOSTICS S.r.l., nelle persone dei Dottori Montanari e Gatti, ha sempre messo a disposizione degli enti locali e dei cittadini le proprie ricerche e conoscenze per valutazioni di ordine scientifico e sanitario a tutela della salute pubblica e dell’ambiente, l’università di Urbino si è schierata in più occasioni a favore di soggetti privati ed iniziative di carattere “imprenditoriale” di dubbia validità. Prova ne siano le recenti consulenze dell’Istituto di Botanica dell’Università e del Prof. Orazio Attanasi, in qualità di docente dell’Ateneo, a sostegno della realizzazione della centrale termoelettrica a cosiddette biomasse nel Comune di Orciano di Pesaro, un progetto ritenuto altamente pericoloso anche dall’IST – Istituto Nazionale per la Ricerca su Cancro di Genova, chiamato a esprimersi da uno dei comuni interessati.”
Sottolineo il fatto che ad Urbino non si faranno mai ricerche sulle nanopatologie, non solo per la mancanza delle attrezzature necessarie ma soprattutto per la palese incompetenza nel campo dell’intero corpo accademico (zero tituli, ovvero zero pubblicazioni e zero lavori accettati ai congressi veri). E sottolineo che il fatto che a noi si conceda graziosamente di accedere al microscopio “almeno un giorno la settimana” è clausola prevista o da un perfetto imbecille o da chi, molto più credibilmente, sa perfettamente che, in quelle condizioni, non ci sarà mai possibile ricercare.

D. Qualcuno vi accusa di essere degli incompetenti e di trarre furbo profitto dalla vostra attività. Cosa risponde a queste illazioni?

R. Non mi costringa ad un italianissimo “lei non sa chi sono io.” Per prima cosa, è fin troppo facile accusare, mentre molto più difficile è circostanziare l’accusa. Ad oggi nessuno ha presentato una singola prova di una tesi che appare teneramente campata per aria e, nei fatti, lanciata da perfetti incompetenti: ragazzini, qualche sfaccendato, qualche aspirante politico di paese… Insomma, nessuno che possa aspirare ad una pur minima credibilità. In campo scientifico si presentano dei fatti. Il resto è chiacchiera da osteria. E particolarmente buffa è l’affermazione che noi non avremmo scoperto nulla che già non si sapesse. Chi ha le prove, le tiri fuori.

Tra le tante cose mi limito a ricordare i progetti europei di cui mia moglie è stata ed è a capo, gl’inviti in tutto il mondo a presentare le nostre scoperte (mia moglie, reduce da Oslo e da Helsinki è ora a Pechino per poi andare immediatamente a Losanna), il nostro libro “Nanopatology” presente ad Harvard, a Cambridge, al Massachussets Institute of Technology, ecc., il libro che l’Università di Cambridge ci chiede di scrivere, il libro appena uscito della NATO “Nanomaterials: Risks and Benefits” con due capitoli nostri, l’invito alla Camera dei Lord e al parlamento francese, la legge sul riconoscimento delle nanopatologie nei militari, le università che, senza troppo clamore, ci mandano i ragazzi a fare le tesi di laurea o di master … Naturalmente potrei continuare e potrei anche citare la sperimentazione appena terminata con grande successo per la mitigazione dell’inquinamento urbano, gli studi in corso sulle malformazioni fetali, sul latte materno, sui vaccini, ecc. Ma mi fermo qui. Chi vuole venire a trovarmi, sappia che le porte del laboratorio sono aperte a tutti.

Quanto allo “scopo di lucro”, l’accusa è bizzarra e si poteva inventare di meglio. Più volte ho invitato i miei critici a dimostrare ciò che sostengono. Il tutto, come sempre, senza risposta ma con la continuazione, devo dire un po’ stucchevole, dell’accusa. I fatti, ahimé, stanno in tutt’altra maniera. Da quando, nel 2004, siamo stati costretti ad allestire il laboratorio Nanodiagnostics, subiamo perdite gravissime, tanto che mia moglie ed io siamo stati costretti ad impiegare quanto avevamo risparmiato in decenni di lavoro per sostenere le ricerche. Da notare che nessuno di noi due riceve compensi per il lavoro che svolge e che le consulenze che prestiamo, consulenze che nulla hanno a che vedere con l’uso del microscopio, fruttano denaro che finisce in toto nel calderone della ricerca. Una delle tante cose che mi dispiacciono è non tanto l’accusa ricevuta da quattro pettegoli ma da un paio di persone che sono perfettamente al corrente della situazione e che, dunque, agiscono nella peggiore malafede. Comunque, chi vuole il laboratorio venga a prenderselo gratis, accollandosene debiti e crediti, con la sola condizione di farci continuare le ricerche. Già ho proposto varie volte il business e un tale, uno solo, si disse disponibile. Non appena si accorse della situazione, però, scappò senza lasciare traccia.

Vero è che noi vendiamo analisi a chi ce le commissiona, analisi che, in ogni caso, aggiungono dati utili alle nostre ricerche. Questo denaro, purtroppo pochissimo e capace di coprire solo una piccola frazione delle spese, è ottenuto esattamente come fanno tutte le università che, al contrario di quanto avviene per noi, hanno il privilegio di godere di finanziamenti derivanti dalle tasse dei contribuenti.

Resta il fatto che, se anche per assurdo noi lucrassimo sull’uso del microscopio, la cosa non sarebbe contestabile perché la motivazione della raccolta fondi non conteneva nulla in proposito. Ma qui siamo alla fantascienza.

D. In passato, Beppe Grillo durante i suoi spettacoli vi ha aiutato a raccogliere fondi per l’acquisto del microscopio. Oggi Lei chiede un confronto diretto, all’americana, con il provocatore genovese. Come mai?

R. Il dato di fatto è che ora Grillo pare avere virato di centottanta gradi e di essere del tutto favorevole a che ci si tolga il microscopio e ci s’imbavagli, per usare un’espressione a lui cara. Le mie richieste reiterate di un confronto perché almeno mi dica il perché di questo atteggiamento, il perché, contrariamente a quanto sostiene da anni, non sia andato alla fonte della notizia e abbia dato credito a chi non ha alcun titolo, sono cadute nel vuoto. Del resto, tutti i miei inviti a confronti cadono nel vuoto. Evidentemente il coraggio e la dignità non fanno parte dell’armamentario di chi preferisce strepitare da lontano o di chi si trova a suo agio solo se è protetto da una robusta corazza di anonimato come avviene con i famigerati troll.

D. Perché in questo ex Belpaese qualcuno ha tanta paura delle ricerche scientifiche di Gatti/Montanari?

R. Perché se ci si lasciasse continuare, il popolo bue aprirebbe gli occhi e si accorgerebbe delle rapine che subisce sia in termini di borsellino sia in termini di salute. Meglio le chiacchiere dei fatti.

D. Chi ha davvero a cuore la cultura scientifica, la tutela della salute umana e dell’ambiente, in quale modo può tentare di appoggiarvi nel tentativo di evitare che il microscopio sia sottratto al vostro laboratorio?

R. Non c’è che da far capire ad Urbino il livello morale che tocca con questa azione. Magari l’aspetto della moralità non colpirà più di tanto, ma se i ragazzi cominciassero a scegliere università diverse cui iscriversi…

D. Visto che questo paese è ormai così marcio, avete mai pensato di mandarlo al diavolo per trasferirvi magari a Boston o a Los Angeles?

R. Sì, molte volte, ma questo significherebbe dichiarare una sconfitta e lasciare campo libero ad un tipo di delinquenza che mi dà troppa soddisfazione combattere. Ogni vittoria, per piccola che sia, per me che sono piccolo è un trionfo. Per tanti anni ho fatto l’atleta e non avrei mai rinunciato al gusto della competizione.

Pubblicato il 4/9/2009 alle 17.25 nella rubrica Società&Politica.

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