Le città insostenibili

21 10 2009

http://www.decrescitafelice.it

Le città sono quei luoghi in cui i contorni delle cose sono invariabilmente linee rette, in cui l’aria è spesso irrespirabile

Le città sono quei luoghi in cui i contorni delle cose sono invariabilmente linee rette, in cui l’aria è spesso irrespirabile

di Filippo Schillaci

Le città le conosco bene. Ci sono nato, ci ho trascorso decenni, ancor oggi non posso dire di esserne del tutto uscito. Sono quei luoghi in cui i contorni delle cose sono invariabilmente linee rette, in cui l’aria è spesso irrespirabile, in cui d’estate si muore di caldo e le finestre fino al secondo o terzo piano sono chiuse da inferriate metalliche. Sono quei luoghi dove sei continuamente circondato da migliaia di facce e da nessun volto, dove i suoni sono stridenti e ugualmente lo sono le relazioni fra gli uomini. Sono quei luoghi dove è impossibile incontrare un riccio, imbattersi in una sorgente, raccogliere more selvatiche. Sono i luoghi in cui si esiste per produrre, ed è vietato fermarsi. Sono tutto ciò e altro ancora. Potrebbero mai essere qualcosa di diverso?

Le città nascono, insieme a molte altre cose, in una fase storica ben precisa. Nascono quando l’uomo cessa di essere un raccoglitore che vive in piccoli gruppi sociali egualitari, nascono insieme all’agricoltura e all’allevamento, che segnano l’inizio del distacco dell’uomo dalla vita di relazione con le forme viventi non umane, nascono insieme alla gerarchia, allo stato centralizzato, insieme alla cultura della crescita, della contrapposizione uomo-natura e, conseguentemente, del dominio. Quando l’insieme di queste cose è entrato nell’orizzonte dell’uomo la città, che già esista o no fisicamente, è virtualmente nata, perché è il tipo di insediamento consono a tutto ciò.

Trascorrono i millenni, questo nuovo modo di essere dell’uomo si fa strada, diviene ben presto dominante e sempre maggiore è la parte di umanità che si ammassa nei centri urbani, lontana da tutto ciò che non sia se stessa. La città mantiene nel tempo la sua natura, la sua funzione, portandola a livelli sempre crescenti di “perfezione”: un’enorme massa tumorale di cemento brulicante di “cellule” malate occupate in una frenetica, ossessiva attività, di cui esse stesse hanno cessato di domandarsi il fine. Tappiamoci il naso e proviamo brevemente a guardarla da dentro.

Mi trovai un giorno a essere spettatore di un dialogo in un gruppo di discussione sulla Decrescita. Una persona particolarmente attiva in quel gruppo sosteneva che la città è il contesto ideale per l’uomo perché solo in essa si riesce a essere liberi. Una piccola comunità al contrario tende inevitabilmente a esercitare un controllo omologante sull’individuo. Quest’ultima cosa è possibile che sia vera e non dovremo sottovalutare il rischio di andare verso un futuro popolato da una miriade di microdittature paesane. Ma che nella città si realizzi non so che condizione ideale per garantire la libertà degli individui, non vedo come lo si possa affermare. Nelle città si perde inevitabilmente l’idea di comunità, che può venirsi a formare solo nella piccola dimensione. In un agglomerato di centinaia di migliaia o milioni di individui che rete di rapporti personali può mai formarsi? Si rimane chiusi in un isolamento pullulante di facce sconosciute e mute, si rimane soli, ignorati da tutti perché a nostra volta sconosciuti a tutti. E’ questo essere ignorati da tutti ciò che è stato chiamato “libertà”. Se nessuno si cura di te, è chiaro che puoi fare ciò che vuoi, a condizione naturalmente che tu lo faccia da solo… e che sia innocuo.

Ma poi, siamo così certi di essere “liberi”? E’ vero che siamo soli perché hanno tagliato ogni relazione orizzontale fra noi e gli altri, ci hanno separati da coloro che ci sono, ormai solo fisicamente, vicini, ma ciò non significa che siamo completamente soli. Se hanno tagliato i fili che collegano gli uni agli altri, hanno con ciò creato le condizioni affinché si rafforzasse quello che collega tutti a un’unica entità, chiamiamola “il capobranco”, quella che emana le direttive di comportamento che identificano l’appartenenza del signor Rossi alla sociocultura dominante. E il signor Rossi ha un totale bisogno di sentirsi appartenere a essa. Si sente perso al di fuori di essa perché ne dipende totalmente.

Ecco dunque apparire sugli schermi televisivi (sono essi la principale emanazione del “capobranco”) un ometto col codino, e improvvisamente sulle nuche degli italiani pullulano i codini. Un giorno l’ometto va dal barbiere e se lo fa tagliare. Improvvisamente milioni di codini spariscono all’unisono. Qualche anno dopo è la volta di un tale che esibisce una luccicante testa rasata, e lungo tutta la penisola fioriscono le teste rasate. Siamo certi di essere “liberi”? Cos’è il controllo diretto esercitato sull’individuo da una piccola comunità di fronte al controllo via mass media esercitato, nei confronti di milioni di individui disgregati, da un unico centro radiante, invisibile, astratto, impersonale? Ma così capillare ed efficace da poter fare di un ex cantante per croceristi un “presidente del consiglio dei ministri”.

Quello della cancellazione dei rapporti diretti, comunitari fra gli esseri umani è stato un processo durato millenni e rimasto con tutta probabilità a lungo incompiuto. La scarsa disponibilità di trasporti rapidi ha privilegiato fino a pochi decenni fa la vita di quartiere facendo sì che le città restassero in realtà aggregati di piccole comunità, i quartieri appunto, benché inquinate da un contesto socioculturale che già, come detto, da lungo tempo non era più quello delle originarie piccole comunità non gerarchiche e solidali da cui la storia dell’uomo, con tutta probabilità, ha preso avvio. Il processo di disgregazione della comunità e di totale appropriazione dell’individuo da parte del “sistema” è dunque storia antica ma raggiunge il suo compimento quando si disgrega il quartiere come luogo di lavoro e di socialità, quando la città diviene monolitica e allo stesso tempo più che mai tumorale e amorfa.

Ma c’è un altro genere di rapporti che la città ha fin dal suo nascere contribuito a cancellare: quello con il non umano che ci circonda. La città è una creazione mossa dal fondamentalismo più estremo: non ammette altro che se stessa, cancella, sterilizza ogni altra cosa in sé e, per un raggio che pochi immaginano quanto sia ampio, anche intorno a sé.
Negli ormai lontani anni ’70 udii raccontare alla radio il seguente aneddoto: un bambino milanese fu portato per la prima volta in campagna, in visita a una fattoria. Lì gli fu messo in mano un pulcino. Egli lo tenne per un po’ poi cominciò a rigirarlo e tastarlo ovunque. «Cosa fai?» gli chiese la madre. «Cerco l’interruttore per spegnerlo», rispose il bambino. Tanto può la città.

Ma può ancora di più: può storpiare le menti umane fino a farsi percepire da esse come la perfetta realizzazione del paradiso. Conobbi molti anni fa un bravo fotografo romano che per alcuni anni aveva vissuto in un paese della provincia vicino a quello in cui ora abito io. Poi era tornato in città, in un appartamento della desolata periferia. Facendomi forza sono andato a trovarlo alcune volte. Una di esse il fotografo mi disse: «quando sono tornato qui sono rinato». Questa frase mi fulminò. Uscendo, quella sera, diedi un’occhiata in più a ciò che mi circondava, un’occhiata di troppo. Il paesaggio era ed è dei più opprimenti: in ogni direzione lo sguardo si scontra con muraglie di cemento dai colori spenti o pacchiani forate da file innumerevoli di finestre tutte desolatamente uguali; da molte di esse, dopo il tramonto (che nessuno vede), emerge la luminescenza spettrale di un televisore acceso. Le strade non sono meno desolate: file fittissime di automobili parcheggiate alla meno peggio interrotte ogni tanto da un cassonetto della spazzatura o dall’importuna presenza di un albero striminzito che par quasi domandarsi cosa sta a farci lì in mezzo.
Mi venne in mente quella sera la parola assuefazione ma ciò cui mi ero trovato di fronte era in realtà qualcosa di più forte: era l’apologia dello squallore, del vuoto che diventa paradigma della vita. Da molto tempo, pur sentendolo non meno amico del passato, non vado più a trovarlo.

Dunque, abbandonare le città al loro destino? Sarebbe la scelta migliore, se esse avessero la correttezza, la discrezione di abbandonare noi al nostro, sì, insomma, di lasciarci in pace. Ma la città è l’espressione urbanistica di una sociocultura che non conosce il concetto di “lasciare in pace”. Crescere “per sempre” significa espandersi, espandersi significa schiacciare e cancellare. Non speriamo dunque di poter far finta di niente. Con le città, come con la sociocultura che le ha generate, bisognerà, bisogna già adesso, fare i conti. Dunque agire al loro interno per rallentarne la devastante avanzata ma anche per far emergere quelle componenti umane positive altrimenti destinate a disperdersi (e a perdersi) nel dilagante vuoto, farne una forza sociale che prepari la transizione consapevole verso il ritorno a una vita “ecosistemica”, ben diversa dall’attuale “fuga dalle città”, mossa da motivazioni esclusivamente economiche e non meno distruttiva delle città stesse. Il cittadino in fuga dalla città infatti non per questo cessa d’essere cittadino: il suo modo di essere, e dunque di fare, nei confronti del mondo che lo circonda rimane lo stesso, rimane un rapporto di dominio, mediato dall’artificialità e dal denaro.

Il processo di deurbanizzazione, che possiamo e dobbiamo auspicare, affinché non si traduca in un ennesimo disastro ecologico, deve essere accompagnato da un mutamento culturale profondo, non solo nel modo di concepire le tecniche produttive ma anche nel modo di rapportarsi al mondo vivente non umano con cui si interagisce. Esso inoltre è pensabile solo parallelamente a un processo di decrescita della popolazione. Bisogna invertire la domanda (tipica del resto della “logica” della crescita): «come fare a sostenere la presenza di n miliardi di persone?» e sostituirla con: «quale numero di persone la biosfera terrestre può sostenere senza collassare?» Il che equivale poi a sostituire il punto di vista forsennatamente antropocentrico che guida da sempre la sociocultura della crescita con un più equilibrato punto di vista ecocentrico: non l’uomo che vive sulla Terra ma l’uomo che vive insieme alla Terra.

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2 responses

7 11 2009
flohr

CRISI IMMOBILIARE 2009

INVESTIRE IN CAMPAGNA? UN PESSIMO AFFARE

A mio avviso il mercato, ora morto, può riprendersi solo se i prezzi calano ulteriormente. Chi mette in vendita ai prezzi assurdi di 2 o 3 anni fa , IN REALTà NON VUOLE VENDERE, non ha bisogno di vendere: ASPETTA IL POLLO, IL FESSO DA SPENNARE.
Una casa è vendibile solo se il venditore richiede un PREZZO DI RIVENDIBILITà, ovvero se a quel prezzo, al prezzo al quale compra, il compratore riuscirà a sua volta a rivendere l’immobile.

Mi sembra che i casi più eclatanti di IRRIVENDIBILITà presenti sul mercato siano quelli delle case di campagna, cascine, casolari, coloniche, rustici ecc. OGGI ASSOLUTAMENTE INVENDIBILI, specie se restaurate.
I prezzi delle country house REALMENTE IN VENDITA stanno crollando verticalmente.
Posto al riguardo un articolo, per intero perché l’edizione di settembre del mensile che lo ha pubblicato non è più on line, che ben illustra la situazione delle country house dell’italia centrale e meridionale, e la dunkerque dell’ italian dream delle country house in Italy ingenuamente, molto ingenuamente, comprate dagli Inglesi.

“ Country house: Inglesi in fuga.

Gli Italiani sono stufi del caos urbano, delle città riempitesi di immigrati clandestini, di spacciatori, prostitute, locali notturni della criminalità, di furti, scippi, stupri, estorsioni, ovvero di quell’inferno, quell’incubo in cui sono state colpevolmente trasformate le nostre aree urbane.
Il rapido deterioramento della qualità della vita nelle città ha spinto negli anni passati molte famiglie a esplorare le campagne in cerca di oasi di tranquillità e sicurezza. Ma la speranza di trovare una migliore vivibilità nelle campagne si è rivelata illusoria: soprattutto nelle zone rurali prossime a strade provinciali, a discariche e tralicci o a zone industriali il degrado è simile se non superiore a quello cittadino, con una popolazione locale composta prevalentemente da clandestini magrebini e da Rumeni, e da qualche agricoltore in pensione, troppo vecchio per cambiar casa e scapparsene via.
Tuttavia se oggi ci si allontana dalle provinciali e ci si addentra nelle campagne e nei piccoli borghi più sperduti si ha una duplice sorpresa: i casolari più isolati e inaccessibili sono stati comprati nello scorso decennio da Inglesi, e, guarda caso, ora questi Inglesi stanno vendendo in massa.
La moda che negli anni scorsi sembrava irrefrenabile, per cui i sudditi di Sua Maestà Britannica correvano a comprare a prezzi assurdi le più scassate e scatafossate bicocche per restaurarle e corredarle di piscina, è finita. Ed è finita decisamente male per gli Inglesi, che ora devono rivendere case scomodissime e costose, case che nessun Italiano vuole, almeno a quei prezzi.
La trascorsa decennale epopea delle case di campagna comprate dagli Inglesi è tutta da ridere, roba da commedia all’italiana. Beandosi della sterlina allora forte, i Britanni compravano quasi a occhi chiusi cascine, rustici, i cosiddetti casolari tipici umbri, marchigiani, pugliesi. Tali umide, maleodoranti e malferme catapecchie erano state abbandonate negli anni ’60 e ’70 dai nostri agricoltori i quali, godendo di tutti i benefici e i privilegi creditizi e fiscali loro concessi a piene mani dalla Bonomiana in cambio del consenso elettorale alla Democrazia Cristiana, si erano fabbricati moderni edifici, autentiche ville e palazzi dotati di ogni confort. Questi contadini, così beneficiati dal (nostro) pubblico denaro, non immaginavano certo di essere colpiti da un’altra imprevedibile fortuna: la moda inglese dell’italian dream, il sogno italiano della country house nel Bel Paese.
L’Italiano è furbo, ha l’occhio lungo, il contadino in particolare, scarpe grosse e cervello fino, con alle spalle una secolare tradizione di ruberie al padrone, agli antichi proprietari terrieri (quelli, per intenderci, che avevano appoggiato il fascismo, poi nel dopoguerra sterminati dalla DC a favore dei contadini stessi).
Ebbene, il furbo vergaro italico, magari col figlio geometra o mediatore, ha colto al volo e ben sfruttato l’ingenua moda britannica: capanne e ruderi di tufo o di altro materiale scadente, in luoghi scomodissimi, lontani da ogni tipo di servizi, che prima degli Inglesi nessuno voleva nemmeno in regalo, venduti per centinaia di milioni di lire a eccitati (“excited”!) sudditi britannici. Poi le famiglie contadine festeggiavano l’insperato affare crapulando in oceanici banchetti ai quali venivano invitati parenti e amici, e, ovviamente, i “chicken” britannici ben spennati.
Ma l’affare non finiva lì: il neoacquistato rudere doveva essere ristrutturato. Tutti conosciamo lo scarso fairplay italico quando si tratta di differenziare i prezzi per turisti stranieri dai prezzi per Italiani: nelle campagne tale differenziazione è stata elevata all’ennesima potenza. All’ingenuo acquirente, reso ancor più fidente da abbondanti “lunch” e da tanta falsa accoglienza iniziale, venivano consigliati per i lavori il cugino geometra, il cognato muratore, il genero idraulico, la nipote titolare dell’agenzia per le pratiche burocratiche, l’amico rivenditore di materiali per l’edilizia. Case del valore finale reale di 100.000 – 200.000 euro venivano a costare 400.000, 500.000, 600.000 euro. Una pacchia, una vera manna per i nostri campagnoli che, giustamente, ne approfittavano, in base al principio: “Finché si trovano i polli…”.
Poi arrivò l’anno domini 2008, l’anno dei subprime, del crollo del mercato immobiliare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dei fallimenti a raffica di banche e assicurazioni inglesi, del governo britannico che per turare le falle nel sistema creditizio si svenava e stampava sterline come se fossero volantini pubblicitari. E la sterlina contro l’euro crollava, crollava, sempre più in basso, sempre più in fondo: 1.7, 1.4, 1.3, 1.1 … E gli Inglesi residenti nelle bicocche con piscina restaurate a caro prezzo, che avevano redditi in sterline, convertivano quelle sterline in sempre meno euro, e cominciavano a chiedersi: “Ma non ci converrà ritornarcene in Gran Bretagna (“go back home”), visto che qui in Italia con le nostre sterline svalutate non ci compriamo più nulla?”. Oltretutto i Britanni si erano nel frattempo stufati di coltivare stentate erbette e verdurine per le talpe, di scorazzare inutilmente coi loro fuoristrada con targa gialla e guida a destra per le nostre campagne, belle sì, ma prive di servizi, di vita sociale tra gente sopportabile, di comodità, così desolate durante le lunghe invernate, e, in fin dei conti, noiose da inedia. Si erano stancati di attendere l’ispirazione artistica raccogliendo in continuazione col retino insetti, formiche, vermi di mosche e altra campagnola sporcizia galleggiante nell’acqua delle loro piscine. Si erano accorti che l’Italia, la vagheggiata Italia, l’ italian dream , più che un sogno era un incubo di clandestini, malavita, tasse, burocrazia, servizi pubblici scadentissimi, rapine e stupri in villa…
E allora hanno pensato: “Ma se vendiamo questo nostro casolare tipico toscano umbro marchigiano che abbiamo pagato centinaia di migliaia di euro, e convertiamo queste centinaia di migliaia di euro in sterline, poi con tutte queste sterline in Inghilterra torniamo a vivere da signori”. Ed ecco allora gli Inglesi affollare le nostre agenzie immobiliari, ecco i mediatori riempire bacheche, siti internet e giornaletti immobiliari di casolari tipici ristrutturati con piscina in vendita… ma, ma….
Ma nessuno compra.
Nessun Italiano con famiglia, con figli e/o anziani, può andare a vivere in quelle lande isolate e sperdute, vicino a qualche spopolato paesetto di vecchi, senza servizi, senza scuole, senza ospedali. Nessun Italiano è disposto poi, anche se libero dalle necessità di una famiglia, a pagare un immobile tre, quattro, cinque volte il suo reale valore. Anche perché l’acquirente italiano, sempre con l’occhio lungo, pensa: “Ma un domani, se dovrò rivendermi questa bicocca in campagna, quale fesso me la comprerà?”. Senza contare infine che sul valore delle aree rurali incombe il 2013, l’anno in cui, in ossequio ad accordi liberisti di commercio mondiale già siglati, tesi a favorire le esportazioni agricole di paesi emergenti, l’Europa toglierà agli agricoltori quei sussidi che finora ne avevano permesso la sopravvivenza, con conseguente futuro deprezzamento e cambio di destinazione (a pascolo) dei terreni.
Devo dire che il riconosciuto senso pratico, il tradizionale empirismo britannico, sta inducendo i venditori inglesi a una corsa al ribasso dei prezzi, spesso in concorrenza tra connazionali. In questo i Britannici si stanno dimostrando più realisti e lungimiranti di quei vergari nostrani ai quali il casolare tipico, il rustico, è rimasto ancora invenduto, e che continuano a chiedere prezzi superiori ai 100.000 euro, non comprendendo che, finita la moda degli Inglesi, il mero valore di cubatura delle loro catapecchie è di 10.000 – 20.000 euro al massimo. E per questi 10.000 – 20.000 euro devono ringraziare certe demenziali e antilibertarie normative statali e regionali che impediscono tirannicamente al cittadino la libertà primaria di costruire sulla sua proprietà, sulla sua terra, o lo taglieggiano imponendogli oneri di fantomatiche urbanizzazioni e altre tasse assurde. In mancanza di tali leggi vessatorie e predatorie, in un regime di libero mercato, il valore delle dette bicocche sarebbe negativo: il costo della loro demolizione.
Rimangono pur tuttavia come acquirenti dei casolari tipici i Magrebini e i Rumeni, a prezzi ovviamente magrebini e rumeni. “

(Articolo di Filippo Matteucci su ItaliaReale di Settembre)

I miei consigli per gli acquisti di case di abitazione sono i seguenti, pochi ma sicuri:

comprate solo a un PREZZO DI RIVENDIBILITA’, cioè assicuratevi che vi sia la concreta possibilità di rivendere la casa almeno allo stesso prezzo che state pagando,
evitate gli acquisti di moda (dal finto borgo marinaro al romantico-rurale-agreste): andate invece sul sicuramente rivendibile,
evitate come la peste le case di campagna, cascine, casolari, coloniche, rustici, ex agriturismi (per lo più falliti…) ecc. OGGI ASSOLUTAMENTE INVENDIBILI, specie se restaurate,
comprate invece al centro, o nelle zone di immediata o prossima espansione urbanistica,
comprate nelle città capoluogo di provincia o nelle cittadine turistico-balneari più richieste,
comprate case costruite negli anni ’60 e ’70: hanno una qualità costruttiva migliore e stanze più grandi rispetto alle nuove costruzioni pur costando un po’ meno, non hanno bisogno di grandi ristrutturazioni e sono più vivibili di certi loculi-alveari a caro prezzo,
guardate allo spazio a disposizione: più ce n’è e meglio è, corti, giardini, parcheggi, garage (meglio se doppi), e non alle finiture o alla jacuzzi o alla robotica&domotica (dà solo problemi),
riscaldamento rigorosamente autonomo,
se avete sufficiente capitale, compratevi case singole con corte e giardino, vivrete meglio…. altrimenti studiatevi il regolamento di condominio: più divieti (di comportamenti da cafoni) ci sono, più il condominio e l’immobile sono di sicura qualità,
fate attenzione a tralicci, ripetitori radiotelevisivi e di telefonia cellulare, discariche, piste di motocross, strade e linee ferroviarie trafficate: se sono presenti vicino all’immobile difficilmente lo rivenderete senza rimetterci,
massima attenzione alla stabilità dell’immobile e del terreno su cui è edificato: i soldi per una perizia privata (sicuramente più affidabile di quelle pubbliche…) del vostro geologo di fiducia non saranno mai spesi meglio.

8 11 2009
Onesta Mente

Wow!

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