Com’e’ vivere in Viale Padova? Gli scontri a Milano, all’inferno e ritorno

18 02 2010
Felice, l’autore di questo articolo  è  solitamente un prode informatore economico; ma in questa occasione ha saputo stupirmi e quasi commuovermi con questo report da Viale Padova a Milano. Godetevelo. N.D. OnestaMente

“Nonostante tutto…. Con tutti i disastri, la droga, la prostituzione, le lame e gli scontri, viale Padova, come ogni banlieue, resta pur sempre un posto dove si sente la Vita che scorre calda e pulsante.Un luogo di mille colori, mille lingue e mille profumi che si intrecciano ed evocano luoghi lontani, improvvisamente tutti vicini, gomito a gomito.

Così vicino….a due passi da Piazzale Loreto, in piena Val Padana.
Impareggiabile.”

http://informazionescorretta.blogspot.com di Felice Capretta

La notte del 13 febbraio in Viale Padova, una zona semiperiferica di Milano, si è scatenata la guerriglia urbana.

Avremmo voluto parlarvi di economia, di Goldman Sachs, dei salvataggi greci e di come un popolo stia per trovarsi un padrone in più, questa volta nemmeno eletto, ma…

…oggi no.

Ci abbiamo vissuto, lì.

E vogliamo raccontarvi dall’interno com’e’ vivere esattamente in quel quartiere di Milano.

Già, perchè all’inizio di questo millennio abbiamo vissuto per due anni circa proprio in quella via che vedete in queste foto. In quel ristoranteabbiamo scoperto le papas alla huancaina.

dietro la folla con scritto nella prima vetrina a sinistra “pollos alla” (finisce con “brasa”, ma non si legge) ci

Buone.

Di fianco ci sono dei cinesi, poi un phone center di egiziani e un negozio di specialità sudamericane.

Parcheggiavamo la nostra auto proprio lì, metà sul marciapiede e metà no, sperando di ritrovarla la mattina dopo, preferibilmente intera.

Già, perchè prima bisognava trovare parcheggio la sera.

Primo: parcheggiare l’auto (e ritrovarla intera)

Infatti, periodicamente l’amministrazione locale metteva righe ed eliminava parcheggi, per poi mandare gli ausiliari della sosta. Questi finivano con il fare le multe a quei disperati che, dopo aver perso più tempo a girare per trovare parcheggio che a tornare dall’ufficio, si rassegnavano a mettere la macchina su un fazzoletto di marciapiede.

Che poi, quando lo trovavi, dovevi tirare fuori il calendario ebraico e calcolare le effemeridi secondo il metodo assiro-babilonese per scoprire se per caso quel giorno non era uno dei due giorni alla settimana che passavano a fare il lavaggio strade, e che ti beccavi come niente settantaeuro di multa.

Infine, la lasciavi, guardandola così, sperando di ritrovarla la mattina dopo.

Già ritrovarla era un passo avanti.

Ritrovarla la mattina senza multa era una gioia per il portafogli, ma c’era sempre la possibilità di trovala con un vetro sfondato, oppure ricoperta di bottiglie di birra e con una o più pisciate sulla portiera, o nella più pulp delle ipotesi, con un sudamericano sotto che dormiva beato.

Ritrovarla sana e salva era un piccolo natale.

Il senso di insicurezza

I primi tempi portavamo fuori il cane la sera con in tasca una elegante lama sottile a serramanico da 30 cm circa.

Che non è un AK-47, ma ti lenisce quel senso di insicurezza che ti viene specialmente quando i pochi sguardi che incroci ti ricordano che, fosse per loro, ti avrebbero accoltellato il maschio, stuprato la femmina e cucinato il cane con il cumino e il sommacco. Specialità da nordafricani, sarà la familiarità con le spezie. Invece i sudamericani si limitavano ad ubriacarsi e prendere a calci il tuo cane.

Quando ti gira, ti gira

Che poi quando vivi in quelle situazioni lì ti gira il boccino facilmente.

Al piano di sotto abitavano un certo Francesco e sua moglie, una coppia di milanesi perbene, lui insegnante e mediocre pianista dilettante con la fissa per Mahler (forse, cioè non ne ho idea, pero’ uno che si chiama Mahler mi suona di atmosfere psicotiche), lei psicologa in un consultorio.

I due avevano speso tutti i loro risparmi e si erano indebitati pesantemente per acquistare entrambi gli appartamenti al primo piano di questa casa e fare un unico grande appartamento.

Bello.

Il giardino e la latrina

Poi dietro nel giardino c’era anche un bellissimo ciliegio che fioriva e profumava e sembrava di essere al mare.

Per una settimana l’anno. Per il resto, il giardino interno era ormai adibito a deposito di rose per venditori bengalesi ma soprattutto a toilette per chiunque. E per chiunque intendo chiunque, anche non del palazzo.

Tanto, il portone era sempre aperto.

Una volta, mentre guardavo ormai con distacco una rissa tra un italiano e alcuni nordafricani sulla ringhiera della casa di fronte (e la persona che c’era con me telefonava al 113 sentendosi dire “non si preoccupi, se continuano ci richiami”), ne ho visto uno che faceva i suoi bisogni nel giardino.

Da quale parte del mondo arrivasse, apparteneva all’etnia dei gran maleducati.

Gli ho tirato contro la prima cosa che mi è venuta in mano.

Era una molletta per i panni – il vaso era troppo lontano.

Mancato.

Gli ho urlato una raffica di insulti abilmente vaghi:

“Che c****o fai??

Vai a fare i tuoi bisogni a casa tua!

P****o!

P****o te e il tuo dio!”, giusto per essere sicuro di non sbagliare religione.

(e mi scuso con coloro che si sentissero offesi, ma queste sono le esatte parole che ho usato quel giorno. D’altra parte quando vedi uno che ti fa la cacca in giardino un po’ ti sale la carogna)

Colpito, almeno nello spirito.

Ha urlato qualcosa ed è’ scappato.

Comunque torniamo alla coppia.

Francesco e sua moglie avevano investito tutti i loro risparmi in quella casa e si erano pure parecchio indebitati, raggirati da un venditore che – mi auguro – sia rimasto coinvolto negli incidenti.

Si sono trovati così con un mutuo da pagare e:

  • fuori, il leoncavallo a due passi (allora era lì)
  • al piano di sotto, 10 cubani in un bilocale e 8 indiani nell’altro, naturalmente con le spese condominiali dell’acqua divise alla romana
  • al piano di sopra, 2 travestiti brasiliani con problemi di alcol e droga in un appartamento (immaginatevi che silenzio, di notte) e
  • una prostituta che esercitava in casa di giorno nell’altro appartamento (immaginatevi che silenzio, di giorno)
  • due piani più sopra, dei cingalesi venditori di rose e un molto probabile spacciatore di eroina
  • anche dopo il trasferimento del leoncavallo, una situazione da banlieue appena fuori dalla porta blindata

Risultato, Francesco e sua moglie si sono barricati in casa.

E a Francesco ha dato di volta il cervello.

Completamente, anche se sembrava normale, affabile all’apparenza.

L’unica volta che abbiamo cenato insieme, mi raccontava che la zona stava cambiando, stavano aprendo negozi, stavano per fare un grande viale pedonale con grande illuminazione, praticamente un’isola pedonale dello shopping.

Ne era convinto, Francesco.

Già.

Quando ti gira, ti gira // 2

Anche a noi era girato più volte il boccino. Ebbene si, anche a me.

Ma allora era veramente un’altra vita.

E poi in quella condizione non è facile mantenere la calma.

Forse perchè quelli di sopra davano da mangiare ai piccioni, e quelli stazionavano proprio sopra ai nostri panni stesi. Un ottimo posto per fare montagne di cacca.

Certo, anche quella volta della pioggia di polvere, pulci e scarafaggi

sulla nostra testa caprina non era malaccio.

Milton, quello di sopra, aveva fatto la pulizia semestrale ed era riuscito a mettere all’angolo gli insetti di casa.

Poi li aveva storditi con la sparachiodi (come minimo) e, messi tutti in una secchio, aveva pensato bene di svuotare il secchio di sotto.

Solo che di sotto c’era la nostra testa caprina che in quel momento si affacciava per controllare se i panni erano asciutti, con un tempismo degno dei fratelli Vanzina.

Ecco, si, quella volta ci era girato il boccino non poco.

Hotel Euro1, zero stelle con sopresa

Una volta stavamo tornando dal giro con il cane, e, nell’ambitissimo parcheggio da 10 posti (di cui uno occupato da un’auto bruciata 6 mesi prima) c’era la solita auto fracassata con un pezzo di paraurti giù.

Il boccino era già girato da un pezzo e, tanto per sfogare un po’ la tensione, abbiamo tirato un calcio enorme al paraurti con l’anfibio punta-di-metallo (eh si, ai tempi eravamo un po’ cattivelli, ma si parla – letteralmente – di una vita fa).

Botto della madonna.

Finestre sulla piazza chiuse all’istante, riflesso condizionato tipo sparatoria nella profonda sicilia.

Nel buio, dentro l’auto, due occhi bianchi sbarrati.

Nell’auto c’era un poveraccio che dormiva.

Credo che gli batta il cuore ancora adesso se ci pensa.

Da queste colonne gli mando un abbraccio, se mai gli potrà arrivare, per quello che vale.

Prostituzione e racket

Ecco. Ah, nell’appartamento della prostituta sopra Francesco e la moglie ci siamo andati a vivere noi.

Abbiamo scoperto solo dopo che ci aveva esercitato una professionista fino a poche settimane prima.

Doveva avere un bel giro di clienti, dal momento che per altri 8 mesi c’era sempre qualcuno che suonava il citofono e chiedeva se poteva salire.

Immaginatevi le dolci risposte caprine dal terzo mese di scampanellate in poi.

E’ una zona di prostitute che esercitano in casa, se ci passate fate caso alle porte e finestra con vetrina con tapparellina interna abbassata che sembrano studi dentistici e si affacciano sulla via: sono luoghi di esercizio della professione.

Passano quasi inosservate.

C’e’ anche il racket delle prostitute.

Una vecchia maitresse si era messa in proprio e gestiva il suo giro.

Il robivecchi al piano terra non le aveva voluto cedere il suo negozio. All’inizio lo minacciavano, dicendo che gli avrebbero rubato tutto quello che aveva.

Così lui ha preso un grosso cane e lo teneva nel negozio. Una patatona di quattrozampe da 50 kg che si faceva coccolare da tutti.

Gli hanno dato fuoco al negozio di notte. C’era dentro il cane.

Me lo ha detto la sera dopo, ancora in lacrime.

Dopo, ha venduto.

Adesso c’e’ una porta e finestra con vetrina con la tapparellina interna abbassata.

I vantaggi

Certo, c’erano anche i vantaggi.

Mohamed aveva un ottimo kebab a soli 2 euro e 50. Per non parlare di un polo-spiedo-con-safrani veramente eccellente.

Una volta mi ha fatto assaggiare un dattero fresco, era Ramadan, si usa darli agli amici. Dalle macchie di unto e dalle scritte in arabo sullo scatolone, si capiva che era appena arrivato dall’Egitto.

Mohamed, con la sua manona, me ne ha offerto uno.

Ho fatto un rapido calcolo e ho pensato cosa rischiavo, tra la salmonella, la legionella e la febbre del Nilo, o forse tutte insieme. Sono sopravvissuto ed ho scoperto un gusto inimmaginabile.

Soprattutto credo che in quell’esatto momento io e Mohamed siamo diventati veri amici.

Tuttora vado a fare rifornimento di spezie da Adamu, le ha dietro la cassa, seminascoste, vengono dalla Siria. Prima di convincerlo a mostrartele devi farti rifilare almeno 15 euro di merce varia.

Parte del clan: la sicurezza

Noi occidentali della tradizione atlantica abbiamo le istituzioni. Se vuoi comprare la macchina prendi e vai dal concessionario. E la compri.

Gli arabi, nel loro stile di vita, hanno i clan: se vuoi comprare la macchina, chiedi a tuo cugino, che chiede a suo cugino, che sa che la moglie del decimo fratello conosce uno che vende le auto. E la compri.

Entrambi i modelli organizzativi funzionano, con vantaggi e svantaggi.

Nessuno dei due è buono o cattivo.

Dopo un 8-10 mesi che andavo da Mohamed regolarmente, un po’ per il kebab, un po’ per chiacchierare del Medio Oriente, o forse dopo il dattero dell’amicizia durante Ramadan, gli arabi della zona hanno capito che eravamo anche noi un po’ del clan.

Da quel momento potevamo andare in giro di notte nudi con la carta di credito appesa al braccio serenamente.

100% sicurezza. Dall’oggi al domani. Davvero.

Lo spaccio

Poi, beh, per alcuni puo’ essere un vantaggio o uno svantaggio avere a due passi l’ipermercato della droga aperto 24 ore su 24.

Bastava andare al parchetto e guardarsi un po’ intorno. Una volta ho sentito uno strano odore dolciastro misto a tabacco, veniva da due sudamericani che stavano fumando.

Pensavo che fosse una qualche stranissima varietà di marijuana. Anni dopo mi hanno spiegato che quello è l’odore che fa la cocaina che brucia sulla sigaretta.

Erano le 16:30 circa.

Per non parlare dei nordafricani, per lo più, intenti a stendere lunghe strisce bianche ed abbassare la testa su quelle strisce. Sempre al parco, sulle panchine, in pieno giorno. Un muro separa quel parchetto dal parco trotter, all’interno del quale ci sono le scuole elementari e un asilo.

Le placche etnico-continentali

Sapete cosa provoca i terremoti?

Due o più placche continentali, diverse e separate, che so, quella sudamericana e quella africana, lentamente si spingono l’una con l’altra.

La pressione aumenta. E cresce.

Ma finchè cresce, tutto va bene apparentemente. Poi, come un ramo di legno secco sottoposto a pressione alla due estremità, quando un pezzettino si rompe – track – si rompe tutto.

Terremoto.

in viale padova ci sono tre placche continentali principali.

Ci sono i sudamericani. Sono tanti e bevono molto, ma non sono particolarmente aggressivi, almeno non con gli italiani. Ci sono le bande e ci sono i coltelli.

Ci sono i nordafricani. Sono tanti, sono sempre incazzati e gestiscono lo spaccio di droga.

Ci sono i cinesi. Sono tanti, si smazzano le loro cose tra di loro, forniscono cibo a basso costo a tutte le placche etnico-contientali. Gestiscono il commercio al dettaglio.

Ci sono poi le altre etnie, tra cui quella italiana, che conta poco o niente.

A volte, le placche si spingono così tanto che basta un niente per arrivare alla rottura, e lì esplode il terremoto in tutta la sua forza.

Ma vediamo cosa ci racconta il tgcom, che naturalmente cerca il ben noto “pazzo isolato”:

Morto per un piede pestato o apprezzamenti alla fidanzata
Da una prima ricostruzione effettuata dagli investigatori della Squadra Mobile, sembra che a scatenare la lite poi sfociata nell’accoltellamento del nordafricano da parte di cinque presunti giovani sudamericani, sarebbe stato “un piede pestato”

Già.

Anche se, poche righe più sotto, si legge

ala (sic, NDFC) base della lite vi sarebbero stati alcuni sgradevoli apprezzamenti fatti alla fidanzata della vittima, una sua coetanea italiana.

Premesso che non sappiamo e non eravamo presenti al momento del fatto, ma che abbiamo assistito più volte a queste simpatiche scenette di integrazione multiculturale, probabilmente c’e’ stato qualche apprezzamento di troppo da un nordafricano alla fidanzata di un sudamericano, e da lì, probabilmente gli insulti, gli spintoni, le manate e poi le lame.

Cose che succedono.

Ma quando metti la placca sudamericana vicina alla placca nordafricana e le metti così vicine che si spingono forte, basta un piccolo cedimento per far scoppiare un grosso, grosso casino.

Avete letto come si vive, lì.

Pensate a chi vive quotidianamente in quella condizione, magari senza un lavoro, magari con altri 10 compagni di stanza e un solo bagno, magari senza permesso di soggiorno e più volte pestato dalla polizia perchè beccato a vendere droga.

Altro che piede pestato.

Basta poco per far esplodere la rabbia… prima verso l’etnia nemica, poi più generica: se sei nel dubbio, spakka tutto.

E così parecchi nordafricani si sono riversati nelle strade, che hanno manifestato la loro rabbia ed il loro malcontento, e lo hanno fatto rovesciando le auto e spaccando tutto, in particolare sfasciando le vetrine dei sudamericani.

Il ghetto dei poveracci

Una volta si creavano i ghetti su base etnica, cercando di regolare in qualche modo le presenze degli immigrati su base geoterritoriale.

Adesso, nell’era dell’imbecillità ed il menefreghismo eretti a pianificazione umana e territoriale, non ci sono più nemmeno quelli.

Sono rimasti i ghetti multietnici dei poveracci, ed il regolamento dei propri spazi è lasciato al fai da te delle lame.
Con il casus belli, esplode la violenza.

Questo è, a nostro avviso, quello che è successo l’altroieri in viale Padova.

Come a Parigi nelle banlieue nel 2005,

così Milano, in viale padova nel 2010


Nonostante tutto

Non per chiudere con uno slancio poetico, ma ci sentiamo comuque di chiudere con una buona dose di speranza pensando per il meglio.
Con tutti i disastri, la droga, la prostituzione, le lame e gli scontri, viale Padova, come ogni banlieue, resta pur sempre un posto dove si sente la Vita che scorre calda e pulsante.
Un luogo di mille colori, mille lingue e mille profumi che si intrecciano ed evocano luoghi lontani, improvvisamente tutti vicini, gomito a gomito.

Così vicino….a due passi da Piazzale Loreto, in piena Val Padana.

Impareggiabile.

saluti felici


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